Avevo un bel pallone rosso

Avevo un bel pallone rosso


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Un pubblico composto da molti giovani ha assistito compunto alla messinscena del bel testo di Angela Demattè, diretto da Carmelo Rifici, che ripercorre, attraverso il racconto del rapporto col padre, la discesa di Mara Cagol nell’allucinato mondo del brigatismo. Bravi  Andrea Castelli e Francesca PorriniMaria Grazia Gregori


In questi giorni è andato in scena al Piccolo Teatro Studio di Milano Avevo un bel pallone rosso, bel testo di quell’interessante drammaturga che è Angela Demattè. Testo non facile, testo non consolatorio, inquietante che ha una sua insita durezza e che racconta la storia di Margherita Cagol, fondatrice con Renato Curcio delle tristemente famose Brigate Rosse. Il testo porta il titolo di una filastrocca che la bambina Margherita riporta su di un suo quaderno. Filastrocca che non fa presagire ciò che sarà di lei nel futuro. La crescita di Margherita è seguita passo passo grazie allo snodarsi del suo rapporto con il padre, uomo dolce e severo che sogna un bell’avvenire per questa figlia studiosa (il padre si preoccupa perché studia anche di sera) che spesso parla in dialetto con lui di religione, di lavoro, di futuro. Una figlia che poco a poco si trasforma man mano che cresce, allontanandosi prima impercettibilmente poi sempre in modo più netto dal mondo nel quale è cresciuta – piccolissima borghesia cattolica – fino alla frequentazione della neonata Facoltà di Sociologia di Trento dove il suo orizzonte subisce un rivolgimento definitivo e dove conosce il suo compagno che sposerà in una cerimonia quasi clandestina all’alba. Un personaggio che non si vede mai, ma di cui si parla – e molto – tale Renato, che poi sarebbe Renato Curcio, il più intellettuale fra i due, l’altro leader delle Brigate Rosse.

Siamo negli anni a cavallo fra i Sessanta e i Settanta, per più aspetti, fra i più difficili della nostra vita, pieni di pulsioni, di voglia di cambiamento, di violenza, di ferocia. La ragazza che studiava di notte perché voleva essere la più brava e che si trasforma in una sanguinaria terrorista, assoluta in questa sua nuova moralità della violenza come mezzo per sconfiggere l’ingiustizia così come lo era stata stata nel rifiuto di una vita da ragazzina, vista quasi come una debolezza, compirà – da protagonista certo – una parabola comune che altri giovani in quegli anni terribili hanno compiuto, pronti a sacrificare se stessi, a giustificare qualsiasi delitto in nome di un ribaltamento sociale e politico che pensavano non si potesse ottenere altrimenti che con la violenza. Il padre seguirà la figlia, la sua vita in clandestinità, rimanendo un brav’uomo, estraneo al nuovo mondo della figlia come del resto la madre, impotenti a salvarla se anche avessero voluto.

Sono andata a vedere questo spettacolo con una certa inquietudine – quei fatti mi ricordano la mia giovinezza – inquieta anche su come avrebbe potuto reagire il pubblico che la sera della prima era composto in gran parte da giovani ragazzi lontani le mille miglia da quel mondo, da quegli eventi tragici, da quella catena di delitti di cui dubito, salvo pochi e magari per il racconto dei genitori, fossero venuti a conoscenza a scuola. E io come avrei reagito? Lo spettacolo si è snodato nel silenzio più assoluto con grandissima attenzione da parte degli spettatori. Questo mi ha tranquillizzato e anch’io ho rivissuto insieme a loro quegli anni concitati e sanguinari e la parabola di una ragazza nata in una cittadina di montagna di nome Margherita, diventata uno dei capi dei brigatisti con il nome di Mara, morta in uno scontro a fuoco con la polizia. Se questo è accaduto e non solo a me, il merito è della regia di Carmelo Rifici, di come ha saputo affrontare un argomento così difficile. Rifici assume la parte di un narratore consapevole e dunque non partecipando emotivamente a questi fatti senza per questo esserne estraneo.

Per prima cosa vuole capire e raccontare: figlio di una generazione diversa dalla mia, ha saputo mostrarci questa drammatica storia con una vigile sincerità ed è stato proprio questo che ha fatto sì che il suo spettacolo parlasse un po’ a tutti. Tenendo il punto, il regista, sempre teso allo svolgersi di questa vicenda alla quale ha dato un andamenti che direi brechtiano, ha posto al centro i rapporti familiari fra figlia e padre che vanno via via in rovina diventando impossibili. Momenti che vengono scanditi da una specie di diario visivo, con scansioni di scritte e di immagini laterali magari accompagnati dalla voce – credo – di Don Backy in una canzone allora in voga, fino alla fine di Margherita-Mara e al comunicato delle Brigate Rosse che ne annunciava la morte il 7 giugno 1975. Come se fossimo dentro la storia dei due protagonisti ma anche e soprattutto dentro il racconto della storia con tutti i suoi perché.

Gli interpreti di questa vicenda, di questo pezzo di storia italiana, sono Andrea Castelli, che ha saputo restituirci con molto verità e umanità il personaggio del padre, e Francesca Porrini, che ben delinea l’escalation di Margherita-Mara, prima figlia un po’ testarda e ribelle e poi fredda, lucida, impietosa brigatista.. Molti gli applausi, quasi liberatori.

Visto al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano. Repliche fino al 4 novembre 2018. Foto Luca Del Pia

Avevo un bel pallone rosso
di Angela Demattè
Testo vincitore del Premio Riccione 2009 e del Premio Golden Graal 2010 e del prestigioso premio Molière per l’allestimento francese.
regia Carmelo Rifici
scene e costumi Paolo Di Benedetto
musiche Zeno Gabaglio
luci Pamela Cantatore
video Roberto Mucchiut
con Andrea Castelli e Francesca Porrini
produzione LuganoInScena, TPE Teatro Piemonte Europa, CTB Centro Teatrale Bresciano
in coproduzione con LAC Lugano Arte Cultura