L’eclisse

Una madre che non vuole esserlo e una figlia che non vorrebbe occuparsene. La regia di Francesco Frongia arricchisce di squarci improvvisi e tenebrosi il testo di Joyce Carol Oates. Perfettamente adattate ai rispettivi ruoli antitetici di madre e figlia Ida Marinelli ed Elena GhiaurovMaria Grazia Gregori

Madre e figlia. Una madre che non vuole esserlo e una figlia che non vorrebbe occuparsene. Una madre che vuole essere chiamata per nome – Muriel – e una figlia, Stephanie, filosofa rampante che non accetta il nomignolo infantile con cui la madre le si rivolge. Le sorprendiamo in una casa all’apparenza agiata dove la madre vive i suoi quotidiani riti spericolati affollati di fantasmi e la figlia scalpita per andare a Denver dove un convegno importante potrebbe significare un’ideale conclusione alla sua vita di femminista convinta con la nascita di un nuovo partito tutto femminile.

In questa casa, dunque, c’è un’assenza assoluta di “maschilità” a cominciare dal padre e marito della madre che, se pure c’è stato, non si sa chi sia. Qui arrivano le due protagoniste al ritorno dalla spesa, finita in una scenataccia in un supermercato dove la madre ha dato in escandescenze e la figlia è stata costretta a sopportare tutto con vergogna. Si va avanti così di giorno in giorno su di un equilibrio inesistente o perlomeno delicato con la malattia della madre, le sue amnesie e l’apparente durezza della figlia che si sente una vittima sacrificale e i risvegli che sono all’insegna della musica o assai più cupi a seconda di come gira la giornata della madre scriteriata e della figlia sulle spalle della quale pesa interamente la cura della donna.

Quello che ha reso le due donne quelle che sono è già avvenuto prima e infatti nel corso di L’eclisse di Joyce Carol Oates, presentato all’Elfo Puccini di Milano con vivo successo, noi assistiamo ai risultati di questa storia: le violenze, la crudeltà, le denunce, l’indifferenza, il rifiuto che la figlia nutre per la malattia della madre, il rifiuto della madre di ciò che la figlia rappresenta. E il mondo di fuori si palesa con un’invadente sociologa dei servizi sanitari e con l’attesa della madre di un uomo che deve venire – ma chissà. Un vero e proprio carcere dove alla fine sarà la figlia a essere rinchiusa mentre la madre se ne andrà (ma sarà vero?) sull’onda di un tango peccaminoso abbracciata al suo tanguero.

Il rapporto madre-figlia, i legami di prevaricazione e di amore-odio che possono intercorrere fra di loro non sono nuovi (ricordo in proposito un bellissimo Buonanotte mamma con Lina Volonghi e Giulia Lazzarini). L’americana Joyce Carol Oates autrice di romanzi di successo e di fortunate pièces teatrali, in questo suo interessante testo gioca sull’attesa, sul non detto, su di un’accattivante sospensione onirica che però alla fine rischia di apparire ripetitiva, ma la regia di Francesco Frongia (che ha già messo in scena un altro lavoro della Oates, Nel buio dell’America) l’arricchisce di squarci improvvisi, di paurosi burroni aperti sul nulla.

Eclisse è un testo di parola per due attrici di temperamento e la scelta di Frongia, di sceglierne due diversissime fra di loro ci permette di vedere confrontarsi, in una creativa contrapposizione, Ida Marinelli ed Elena Ghiaurov. Marinelli è Muriel, la madre e ora vestita da homeless ora da elegante signora rende bene il suo essere disturbata, nevrotica, ricattatrice,bugiarda. Elena Ghiaurov disegna con forza la figlia introversa, solitaria, bisognosa d’amore. Accanto a loro Cinzia Spanò e Osvaldo Roldon, tanguero malandrino.

Visto all’Elfo Puccini di Milano. In scena fino al 4 dicembre 2016. Foto di Luca Piva

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L’eclisse
di Joyce Carol Oates
traduzione Luisa Balacco
regia di Francesco Frongia
costumi di Ferdinando Bruni
con Ida Marinelli, Elena Ghiaurov, Cinzia Spanò e Osvaldo Roldan (tanguero)
produzione Teatro dell’Elfo