Le nozze di Figaro


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La stagione lirica della Scala si è conclusa con un’edizione contestata alla “prima” ma non all’ultima recita. Un pubblico piuttosto passivo ha comunque riservato un finale caloroso all’indiscutibile qualità della compagnia di canto. Elegante direzione di Franz Welser-Möst, discutibile ma con interessanti riletture la regia di Frederic Wake-WalkerDavide Annachini

In vista della nuova stagione inaugurata da Madama Butterfly diretta da Riccardo Chailly nella recuperata versione originale del 1904 (che costò amarezze e ripensamenti a Puccini per la negativa accoglienza del pubblico milanese), il Teatro alla Scala ha concluso la precedente con un’edizione delle Nozze di Figaro, non indenne anch’essa da contestazioni alla prima e in alcune repliche. Per la verità l’ultima recita è passata senza problemi, anche se con una risposta talmente passiva da parte del pubblico da far scorrere inizialmente quasi tutte le arie nel silenzio, al punto che l’invito della Contessa alla platea di applaudire l’aria di Cherubino sembrava più un’esasperata iniziativa personale che una trovata registica. Una prerogativa delle primedonne quella di dialogare con il pubblico attraverso il personaggio, che alla Scala conta reazioni estemporanee rimaste nella leggenda grazie alla Callas – diva amatissima quanto contestata – ma che ai nostri tempi (ahimè, assai meno leggendari) può tornare utile per risvegliare gli animi sopiti.

In effetti se c’era qualcosa di non contestabile in queste Nozze mozartiane era proprio la compagnia di canto, dai meriti diversi ma indiscutibilmente professionali. Se alle prime recite si era imposto il Conte di Carlos Alvarez – la più bella voce di baritono in circolazione, recuperata in tutta la sua smagliante timbrica insieme ad una maturata coscienza d’interprete –, alle successive l’Almaviva di Simon Keenlyside non è stato da meno per la qualità di canto sempre a fuoco nell’emissione e nella parola, quanto soprattutto per la maestria attoriale in grado di restituire un personaggio a tutto tondo, inquinato solo dalla scelta registica di spogliarlo del rilievo aristocratico per farne un signore dalla brutalità plebea. Anche Diana Damrau costituiva una presenza di lusso in questo cast, tanto più nel vederla passare dalla militanza nel ruolo di Susanna ai panni della Contessa, che richiederebbe magari una vocalità più lirica e ampia della sua ma che è stata comunque risolta con una qualità e una linea di canto superbe per eleganza e stile. Anche nel suo caso la regia ha voluto sottolineare un personaggio meno rivolto al nobile distacco e più portato a misurarsi alla pari con la servitù, cosa di per sé fuorviante perché la complicità con la propria cameriera non fa di una contessa una donna dimentica del suo stato sociale. Ma tutta la linea interpretativa portava ad appesantire i personaggi di una mimica spesso caricata e vagamente ispirata alla commedia dell’arte, come nel caso del Figaro di Markus Werba, vitale e disinvolto nel canto quanto sulla scena ma fin troppo sottolineato nella gestualità, e come in quello della Susanna di Golda Schultz, gradevole sotto l’aspetto vocale e più contenuta nel profilo interpretativo.

Marianne Crebassa è piaciuta moltissimo come Cherubino, probabilmente più per l’incantevole adesione fisica all’“Adoncino d’amor” che per la vocalità, duttile ma piuttosto pallida e asprigna nelle note alte, mentre nelle parti di caratterista di Marcellina, Bartolo e Basilio si sono segnalati rispettivamente una vibrante e incisiva Anna Maria Chiuri, un sobrio e austero Andrea Concetti, un caricaturale e altisonante Kresimir Spicer, questi ultimi due impegnati anche come Antonio e Don Curzio, in un assurdo sdoppiamento di ruoli. A tre giovani dell’Accademia di Perfezionamento della Scala, Theresa Zisser, Francesca Manzo, Kristin Sveinsdottir, spettavano le particine di Barbarina e delle due contadine in vesti di drag queen.

Vittima degli strali del loggione alla prima – ma non all’ultima – è stato anche il direttore Franz Welser-Möst, in realtà specialista stimato di questo repertorio all’estero, come ha confermato qui la sua direzione sicura ed elegante, forse non particolarmente brillante ma a suo modo capace di reggere il ritmo della narrazione e di ottenere ottimi risultati dall’orchestra e dal coro scaligeri.

Il limite della contestata regia di Frederic Wake-Walker stava soprattutto nel confondere spesso la commedia di Da Ponte con una farsa e nell’abbinare alla sublime musica di Mozart certe mossette sceniche più intonate ad un avanspettacolo, siglando la storia con un plotone di caricaturali assistenti di scena, degne di un cabaret e dalle sagome sinistre di un Kirchner. Questo non toglie che certe analisi interpretative risultassero interessanti nella sua pur discutibile lettura, come ad esempio la solitudine della Contessa o la diafana stilizzazione di Cherubino, figura efebica e conturbante al tempo stesso. Anche certe soluzioni scenografiche di Antony McDonald potevano riuscire efficaci, molto più dei suoi costumi, spesso di un gusto opinabile.

Per tutti, comunque, un successo finale molto caloroso, a suggello di una stagione in chiusura e di augurio all’imminente Sant’Ambrogio.

Visto il 27 novembre al Teatro alla Scala di Milano. Foto di Marco Brescia & Rudy Amisano

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Le nozze di Figaro
di Wolfgang Amadeus Mozart
Libretto di Lorenzo Da Ponte
Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Nuova produzione Teatro alla Scala

Direttore – Franz Welser-Möst; Michele Gamba (19 nov.)
Regia – Frederic Wake-Walker
Scene e costumi – Antony McDonald
Luci – Fabiana Piccioli

Il Conte – Carlos Álvarez (26, 29 ott. 2, 5 nov.); Simon Keenlyside (8, 10, 16, 19, 24, 27 nov.)
La Contessa – Diana Damrau; Eleonora Buratto (19 nov.); Julia Kleiter (24 nov.)
Figaro – Markus Werba
Susanna – Golda Schultz
Cherubino – Marianne Crebassa
Marcellina – Anna Maria Chiuri
Bartolo/Antonio – Andrea Concetti
Don Basilio/Don Curzio – Kresimir Spicer
Barbarina – Theresa Zisser*
Contadine – Francesca Manzo*, Kristin Sveinsdottir*

*Allieva dell’Accademia Teatro alla Scala