La bisbetica domata

Andrea Chiodi firma la regia di un allestimento con qualche libertà ma aderente all’originale scespiriano nell’assegnare ad attori maschi anche i ruoli femminili. Fra questi spicca Tindaro Granata in quello eponimo. Ma l’intero cast è contento di “stare dentro” uno spettacolo ben riuscitoMaria Grazia Gregori


C’è in scena in questi giorni a Milano una Bisbetica domata divertente, ironica, travestita, apparentemente fuori squadra. In realtà, pur con qualche libertà peraltro curiosa di cui dirò poi, lo spettacolo (coprodotto da Lac Lugano in scena e dal Teatro Carcano) inizia come più classicamente non si potrebbe. C’è un grande fondale dipinto che rappresenta una foresta dove alcuni gentiluomini, un po’ rustici in verità, discettano in punta di forchetta sul senso dell’amore e sul carattere delle donne: una specie di “masque” alla maniera di Shakespeare che ha il compito di introdurci nella storia che ha per protagonisti Petruccio, rude, giovane uomo che sa quello che vuole e che non vorrebbe chiederlo mai ma prenderselo, e Caterina detta Cate, spiritata, burbera, impunita figlia di un ricco signore che non sa come liberarsene mentre tutti vorrebbero sposare la dolce, in realtà infingarda, Bianca. Nasce tra questi uomini che si incontrano in una locanda e che presto si dimenticano di essere dei nobili sia pure di campagna con tanto di servitori e di paggi al seguito, un gioco anzi un inganno che porterà almeno uno di loro alle agognate nozze, anche per via della cospicua dote, con Bianca, tenera fanciulla che in realtà non è come appare, dribblando la volontà del padre che – dice – la darà in sposa solo quando la figlia maggiore, Cate, si sarà sposata.

Come sempre nei testi di Shakespeare, anche in quelli all’apparenza più semplici, gli intrecci sono molteplici, le carte in tavola cambiano vorticosamente. Ma in questo caso c’è un giovanotto protervo e nerboruto come Petruccio che si offre per concludere la cosa perché la sfida, all’apparenza impossibile, lo attrae: lo fa per gli altri ma soprattutto per sé. Del resto in questa variopinta e improvvisata compagnia di uomini tutti tentano di farla in barba a qualcun altro. L’unico che sta fermo sulle proprie idee è proprio lui, Petruccio, che non è del luogo ma che, evidentemente, è spinto dalla volontà di fare un buon matrimonio e dal fascino della posta in gioco.

A questo punto occorre sfatare la prima, cosiddetta libertà che il regista Andrea Chiodi si sarebbe presa sul testo. Questa libertà non esiste, anzi è la più shakespeariana “non libertà” che si potesse prendere. Ai tempi del grande Willie, infatti, i ruoli femminili erano interpretati da giovani ragazzi, e, in certi casi, da attori adulti, ma comunque maschi. Puntualmente questo succede nella Bisbetica di Chiodi, dove le donne sono tre: Cate, Bianca e una vedova con cui uno sfortunato pretendente di Bianca si sposerà. Mi piace in proposito ricordare che questa scelta è durata a lungo nel tempo e talvolta dura ancora e che a interpretare la bisbetica del titolo, nel secolo scorso, ci fu un ragazzino bellissimo destinato a un grande futuro – Laurence Olivier – già così bravo da essere applaudito dalle grandi signore della scena di allora accorse per vederlo. Qui, in questa Bisbetica il regista sceglie come interprete del fortunato personaggio, molto amato dalle attrici, un attore estroso e ricco di talento come Tindaro Granata. Quando lo si vede entrare in scena con la testa rasata, un abito lungo a balze, calze rosse, gambe all’aria, bisbetica nella parlata, ma anche nel gesto, nella camminata da ragazzaccio in gonnella, non si può fare a meno di pensare quanto azzeccata sia stata questa scelta e quel che di provocatorio Tindaro/Cate porta in sé a volta trattenuto, a volte esplosivo, conferma che sì, è proprio lui/lei, la Cate giusta per questo spettacolo. E divertenti sono anche la languorosa Bianca di Rocco Schira e la vedova di Igor Horvat con la sua fluente barba.

Certo si ride e si sorride in questa piacevole Bisbetica che non rinuncia a tirare fuori le unghie, dove nessuno cerca di dare al proprio personaggio un senso che non ha, dove la traduzione e l’adattamento di Angela Demattè sfoltisce il plot e gioca con le parole. Sappiamo che la storia finisce con l’amore che scoppia nel cuore della rude Cate e in quello del manesco Petruccio del bravo Angelo Di Genio, con tanto di morale finale sulla virtù delle donne che oggi ci fa sorridere e che invece ha colpito molto il pubblico del Carcano.

Spettacolo fresco, curioso in punta di sorriso e talvolta di risata, con un bel gioco scenico condotto dalla regia e, soprattutto, con l’evidente piacere degli attori di “starci” dentro questa storia in più di un ruolo, questa Bisbetica domata si prende qualche libertà e non solo a parole. Così può succedere che Petruccio/Di Genio canti Love me tender, hit di Elvis Presley, e non ci dia fastidio anzi, che ci si lasci andare a qualche ballo sfrenato nel gioco del “mi vuoi non mi vuoi” e che il birignao francese si sposi alla parlata popolare. Buone anche le altre interpretazioni a partire da Christian La Rosa che cambia con facilità sorprendente bravura ruolo e parlata . Da ricordare Igor Horvat con ben cinque ruoli maschili più quello della vedova barbuta e bravi anche Walter Rizzuto, Ugo Fiore a cui tocca cogliere il fiore un po’ sfogliato di Bianca, Massimiliano Zampetti. Attenzione però: questa Bisbetica non ha nulla a che fare con la commedia dell’arte sia pure rivisitata. Piuttosto è qualcosa di vagamente brutale anche quando diverte. È Shakespeare. Punto.

Al Teatro Carcano di Milano. Repliche fino al 18 febbraio 2018

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La bisbetica domata
di William Shakespeare
Adattamento e traduzione Angela Dematté
Con Tindaro Granata, Angelo Di Genio, Christian La Rosa, Igor Horvat, Rocco Schira, Max Zampetti, Walter Rizzuto, Ugo Fiore
Regia Andrea Chiodi
Scene Matteo Patrucco
Costumi Ilaria Ariemme
Musiche Zeno Gabaglio
Disegno luci Marco Grisa
Produzione: LuganoInScena Centro d’Arte Contemporanea, Teatro Carcano