Fronte del porto


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Bene ha fatto Alessandro Gassmann ad ambientare il celeberrimo racconto portato al successo cinematografico da Elia Kazan nella Napoli degli anni Ottanta, vessata dalla camorra come la mafia portuale vessava Marlon Brando nella pellicola da Oscar. Ne esce un affresco che ancora commuove perché parla di noi, della nostra storia, del nostro oggiMaria Grazia Gregori


L’immagine più forte e in qualche modo più commovente di Fronte del porto, spettacolo di Alessandro Gassmann (prodotto dalla Fondazione Teatro di Napoli-Teatro Bellini e dal Teatro Stabile di Catania) andato in scena con grande successo al Teatro Storchi di Modena è la compagnia degli attori, tutta intera, senza ordine di ruolo, che saluta e ringrazia il pubblico modenese per gli applausi ma anche per la tensione palpabile con la quale gli spettatori hanno seguito la rappresentazione. Certo molti di quelli – come chi scrive – che hanno visto il film di Kazan quando sono diventati come allora si diceva “grandi”, ha rivissuto una pagina importante dei propri ricordi e, anche se questo spettacolo non può e non vuole competere con le secche, realistiche immagini di Kazan che, certo, è stato un delatore ai tempi del maccartismo ma il cinema lo sapeva fare e – anche se non c’era lui, il mitico Marlon Brando con la sua giacca a scacchi e la sua tipica camminata mascalzona – ha funzionato benissimo. Merito della regia fra l’onirico e il crudo realismo di Alessandro Gassmann e di una compagnia di attori molto affiatata guidata da Daniele Russo.

Certo non siamo a New York negli anni Cinquanta della mafia italiana trionfante, e quello che nei suoi landscapes ci mostra il regista non sono dichiaratamente i docks del porto di New York. Se così fosse stato, Gassmann avrebbe fatto una banale messinscena di un film indimenticabile (otto Oscar) che resta ancora vivo nella memoria degli spettatori più adulti come immagine di un’epoca. Gassmann, infatti, fa un salto non solo temprale ma geografico perché nel suo spettacolo siamo a Napoli, anni Ottanta, e a dominare il porto di allora c’è la camorra con i suoi riti trucidi, la sua violenza e la sua sopraffazione.

Ovvio che lo spettacolo imponga anche dei salti di comprensione che il traduttore e adattatore Enrico Ianniello ha saputo rendere vivi nel testo di Budd Schulberg e Stan Silvermann. È un’immagine degradata di Napoli non madre ma matrigna che però sa risollevarsi con atti di eroismo dei poveri cristi e degli sfruttati che trovano il proprio riscatto quando qualcuno come il protagonista, in un mondo dove dominano i prepotenti, trova il coraggio; dove chi alza la testa viene fatto fuori; dove solo un prete ha il coraggio di affermare che è necessario prendere coscienza della propria dignità e battersi per sé e per gli altri. Per ribellarsi a questo giogo di violenza e di sopraffazione, alza la testa e guida quei portuali al lavoro contro la camorra. Lo spettacolo, ben recitato in napoletano, riesce a tenere l’attenzione del pubblico dall’inizio alla fine fra pestaggi, eliminazioni, desiderio di riscatto che anche lì dove i cardellini volano, ma nessuno se ne accorge, si fa sentire forte malgrado la paura a raccoglierlo.

Ho scritto che l’immagine più forte dello spettacolo è quella degli attori tutti in fila con in mezzo il protagonista Daniele Russo che, a ricordarci in che mondo si vive, ancora porta una maglietta con su scritto “io sto con Riace” in sostegno al sindaco di quel paese colpito e condannato quasi all’ostracismo perché aveva ipotizzato un più umano comportamento nei confronti degli emigranti che si erano rifugiati in quel paese a noi finora noto per i suoi celeberrimi bronzi. Ancor una volta, partendo dal cinema a trasformando una storia in teatro, il regista ci dice che questi casi di violenza, di ingiustizia e di sopraffazione esistono ancora oggi, magari in forme più sofisticate. Certo ha scelto Napoli ma sa bene che vicende come questa si possono vivere anche nelle ricche città del nord.

Visto al Teatro Storchi di Modena. Foto Mario Spada

Fronte del porto
di Budd Schulberg con Stan Silverman
traduzione e adattamento Enrico Ianniello
uno spettacolo di Alessandro Gassmann
con Daniele Russo
e con Antimo Casertano, Orlando Cinque, Sergio Del Prete, Francesca De Nicolais, Vincenzo Esposito, Ernesto Lama, Daniele Marino, Biagio Musella, Edoardo Sorgente, Pierluigi Tortora, Bruno Tràmice
scene Alessandro Gassmann
costumi Mariano Tufano
luci Marco Palmieri
videografie Marco Schiavoni
musiche Pivio e Aldo De Scalzi
sound designer Alessio Foglia
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Stabile di Catania