Il sindaco del rione Sanità


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Mario Martone arriva alla regia del classico testo di Eduardo al culmine della sua maturità artistica ed estetica, lasciando il segno su uno spettacolo affascinante e personaleMaria Grazia Gregori

Eduardo senza Eduardo spesso ha significato distinguo, polemiche, sospiri. Se poi ad affrontarlo, oltre tutto per la prima volta, è un regista come Mario Martone che non ama certo il navigare tranquillo, in grado di coniugare ai livelli più alti ricerca teatrale, cinema e melodramma ma anche il senso della storia, l’incontro con il Grande Napoletano è di quelli che lasciano il segno. Del resto perché non dovrebbe essere così? Il regista ci arriva al culmine della sua maturità artistica ed estetica e dopo avere compiuto un “apprendistato” che ha compreso non solo la fascinazione più contemporanea ma anche l’incontro piuttosto felice con il mondo di Raffaele Viviani dove il popolare si confonde (o si esalta) nelle sue “maschere sociali” fra critica e sentimento, una Carmen moderna e napoletana e diversi incontri con il teatro di poesia. Martone, dunque, entra nella “casa” eduardiana dalla porta principale con tutta la sua passione per un teatro che significhi davvero qualcosa, in grado di cogliere le incongruenze ma anche le accensioni di una scena che guarda alla vita. Che gli è ancora più cara quando ne è protagonista Napoli città madre e matrigna, una e indivisibile per chi la osserva con il coraggio quotidiano di amarla nelle sue diverse identità e trasformazioni.

Per l’incontro con Eduardo che si è realizzato grazie alla collaborazione con Elledieffe di Luca De Filippo – ora guidata con sagacia da sua moglie Carolina Rosi -, Nest e il Teatro Stabile di Torino che ha diretto fino alla scorsa stagione, Martone ha scelto un testo molto discusso quando venne composto nel 1960: Il sindaco del rione Sanità che ha avuto nel corso del tempo oltre allo stesso Eduardo come interpreti attori di fama come Turi Ferro ed Eros Pagni. L’ha fatto, per così dire, entrandoci con passo svelto e sicuro, guidato da un interrogativo ben preciso: che cosa un testo come questo che pone l’accento sul contrasto fra bene e male, fra leggi fatte da alcuni uomini che si credono nel giusto e leggi dello Stato significhi oggi per noi. Il sindaco Antonio Barracano, un boss ottocentesco che assomiglia al giudice Azdak di brechtiana memoria anche se è notevolmente più sentimentale e più sanguigno di lui, ama teneramente i suoi figli e la moglie Amanda tanto che quando viene ferito a morte con una coltellata durante una lite per cercare di appianare i contrasti fra un padre e un figlio che ha chiesto la sua protezione, rifiuta il ricovero in ospedale che avrebbe richiesto la denuncia del suo feritore perché teme che i suoi cari subiscano delle rappresaglie.

Martone ne fa uno spettacolo affascinante e personale. Ecco infatti apparire improvvisamente al proscenio prima dell’inizio dello spettacolo, con una felpa e cappuccio in testa, il rapper Ralph P. che inizia a cantare riassumendo in qualche modo in sé il significato dello spettacolo di cui ci comunica il senso come avviene nel teatro classico e ci introduce nella casa (scene di Carmine Guarino) costruita con del materiale specchiante, illuminata da luci da obitorio che fa piazza pulita della villa pacchianamente arredata di Tersigno. Qui vanno e vengono individui palestrati, un tavolo può trasformarsi in un lettino dove opera nascostamente il dottore, fra gente di casa e questuanti. Qui domina il protagonista (Francesco Di Leva in una notevole interpretazione) che muore paradossalmente per una buona azione cercando di appianare la lite fra Arturo Santaniello (Massimiliano Gallo) che si è arricchito grazie ai suoi panifici e suo figlio Rafieluccio che Barracano ha cercato di ricomporre anticipando il denaro al figlio del panettiere.

Dentro una cornice ben disegnata anche il dottore – chiamato spesso professore perché riesce a vedere più freddamente di tutti il senso di determinate azioni – di Giovanni Ludeno cura ogni ferita ma non può fare nulla per la milza spappolata di Antonio Barracano che muore, ufficialmente per un infarto durante il pranzo (un vero e proprio saggio di humour nero sia da parte di Eduardo che di Martone) vede riuniti tutti i protagonisti. Ma intanto i soldi anticipati al giovane Santaniello ritornano alla famiglia Barracano grazie a un cospicuo assegno firmato dal pugnalatore a cui è stata promessa l’impunità. Ma l’assegno ripiegato con cura e nascosto dentro la manica della camicia del dottore lascia intuire nuovi sviluppi… Recitato in un napoletano dai tempi veloci al contrario di quello più lento che Eduardo usava quando non recitava “in casa“, Il sindaco del rione Sanità sembra spiazzare lo spettatore che viene via via catturato dentro una rete formidabile di suoni, di voci, di gesti…. Da vedere.

Visto al Piccolo Teatro “Paolo Grassi” di Milano. Repliche fino al 28 gennaio 2018

Il sindaco del Rione Sanità
di Eduardo De Filippo
regia Mario Martone
con Francesco Di Leva, Giovanni Ludeno
e con Adriano Pantaleo, Giuseppe Gaudino, Daniela Ioia, Gennaro Di Colandrea, Viviana Cangiano, Salvatore Presutto, Lucienne Perreca, Mimmo Esposito, Morena Di Leva, Ralph P, Armando De Giulio, Daniele Baselice
con la partecipazione di Massimiliano Gallo
scene Carmine Guarino, costumi Giovanna Napolitano
luci Cesare Accetta, musiche originali Ralph P
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale
in coproduzione con Elledieffe / Nest – Napoli Est Teatro