Stanze per tutti i gusti

Anche quest’anno, nel passaggio fra inverno e primavera, è tornato a Milano l’appuntamento con la rassegna di “teatro d’appartamento” curata da Alberica Archinto e Rossella Tansini. Che riprenderà in autunnoMaria Grazia Gregori


Le Stanze sono tornate. Anche quest’anno nel momento di passaggio fra l’inverno e la primavera – si riprenderà in autunno con in più la novità di uno spettacolo a scadenza mensile per tutto l’anno – la manifestazione nata dal caparbio entusiasmo di Alberica Archinto e di Rossella Tansini (collaborazione del Teatro Alkaest e sostegno del Comune di Milano) è giunta alla sua quinta edizione mantenendo intatta progettualità e freschezza, continuando non solo a presentare teatro ma conducendo i suoi spettatori alla scoperta della città in cui vivono.

Grazie a Stanze, infatti, nel corso degli anni siamo entrati nelle case ospitali di alcuni milanesi che hanno messo a disposizione gli spazi offrendo anche una cena; abbiamo visto da vicino il lavoro degli artisti occupando i loro studi e, in certi casi, addirittura i loro giardini; siamo entrati all’interno di fondazioni culturali di cui, escluso certi casi, non se ne conosceva l’esistenza se non per sentito dire. Quest’anno poi Stanze ha osato di più mescolando luoghi diversi e mettendo in comunicazione centro e periferia e un diverso senso della storia e della  creatività che ha per protagonista Milano e che da Milano guarda ad altri luoghi d’Italia.

È successo così che un posto come Crazy Art che raccoglie infinite testimonianze della passione della ricerca curiosa e intelligente di oggetti “fra antiquariato e follie” noto anche al cinema, al teatro e agli appassionati di manifesti rari, ospitasse fra oggetti rari e vere e proprie curiosità una lezione del tutto speciale su Eduardo; che l’imponente Sala Garibaldina con grandi quadri di battaglie alle pareti  del Museo del Risorgimento, nel cuore del mondo della moda, si trasformasse nel luogo prescelto per il racconto della passione della contessa Livia Serpieri per il tenente Remigio Ruz, donnaiolo e disertore; che due fratelli Maria e Diego Dalla Via, nel teatrino del Convitto Longone dove studiarono, fra gli altri, Parini e Manzoni, Federico Confalonieri, Luigi Bocconi, Giorgio Strehler, Sergio Romano ci raccontassero la vita e le storie di un paese malato, costruendo piccoli racconti giocati con parole che iniziano con una stessa lettera.

A dare voce ai pensieri, alle idiosincrasie, alle passioni civili e no, alle leggendarie liti familiari del grande Eduardo De Filippo è il solo Massimilano Civica (foto) che appartiene alla nouvelle vague dei quarantenni registi italiani.  La sua lezione Parole Imbrogliate prende il titolo da una affermazione di Eduardo che vedeva la sua vita ‘imbrugliata’: attorniato dagli spettatori – chi seduto su sedie da barbiere d’epoca, chi su divani, poltrone, panche – Civica ci fa entrare, dicendo e talvolta leggendo, nel dietro e davanti alle quinte del grande attore di cui racconta ansie e dolori, grandezza e improntitudine, calcolo e generosità, il rapporto mai facile con il fratello Peppino e quello più affettuoso e profondo con la sorella Titina, servendosi di parole dell’artista ma anche di critici e studiosi. Aldilà di Eduardo, la sostanza della lezione di Civica sembra piuttosto un’ideale, perfino provocatoria introduzione alla vita del e nel teatro.

Tocca a una sottile, elegante Irene Ivaldi precipitarci invece nell’Ottocento dei moti e delle guerre per la liberazione del Lombardo-Veneto dagli Austriaci nel Museo del Risorgimento, proprio nei giorni delle Cinque Giornate di Milano. Gli spettatori si raccolgono nell’ampia Sala di rappresentanza che precede la Sala Garibaldina del museo dove l’attrice, nell’adattamento teatrale di Senso di Camillo Boito (regia e adattamento di Valter Malosti), racconterà innamoramento, passione, gelosia di una donna che ispirò l’omonimo, splendido film di Luchino Visconti con Alida Valli.
Una ragazza in costume dal viso spigoloso introduce gli spettatori a piccoli gruppi nel luogo della rappresentazione scegliendo il posto per loro fino a quando siamo tutti seduti a cerchio attorno a un grande tavolo rotondo al quale si è già accomodato uno spettatore scelto d’arbitrio dalla nostra accompagnatrice. Sarà lui l’ideale orecchio al quale la brava attrice racconterà la sua vita di bella, giovane donna sposata a un ricco ma vecchio signore, dai sensi addormentati fino all’incontro fatale con il tenente Remigio Ruz (nome incredibile e un po’ ridicolo che nel film Visconti cambiò in Franz). Irene Ivaldi-Luisa Serpieri rivive per noi quell’amore totale per lei, utilitario per lui che la spoglia a poco a poco del suo denaro costringendola a vendere i gioielli per pagare il silenzio compiacente dei dottori riguardo la sua impossibilità a continuare la guerra. Ma quando lei lo raggiunge a Verona e lo trova fra le braccia di un’altra si vendicherà denunciandolo al comando austriaco che lo condannerà alla fucilazione; condanna che precipiterà lei nella follia.

Il piccolo teatrino del Convitto Longone, invece, accoglie due ragazzi – i fratelli Marta e Diego Dalla Via – in  Drammatica elementare, uno spettacolo che trasuda humour, intelligenza e cattiveria. Nel corso della performance i due attori assumono via via diverse identità: due studenti indisciplinati e disadattati che contrappongono all’alfabeto così come lo conosciamo, un alfabeto tutto loro, inventato, provocatorio e vagamente dadaista Un alfabeto dove la parola rompe gli argini della quotidianità per assumerne altri significati più inquietanti e, paradossalmente, più universali. Una “favola scolastica” la definiscono i due, che vogliono giocare avendo la parola come materia prima, grazie a un abbecedario contemporaneo in grado di costruire una storia. Marta e Diego, talvolta singolarmente, talvolta a due voci, “si muovono” fra le lettere con una libertà, una padronanza, una bravura disarmanti. Ma questo loro prendere contromano l’abc per trasformarlo in un alfabeto autonomo dove a esaltarsi è la forma del racconto non è mai fine a se stesso, ma trova tutto il suo senso nei temi presi in esame: dalla Chiesa con un Cristo che si rivolge a coloro che lo circondano chiamandoli “compagni” (ovviamente ogni parola inizia con una c) alla scuola, al leghista abbrutito tutto insulti e insensatezza. Un corpo a corpo con la parola che li porta a spogliarsi del superfluo, passando dalla tuta arancione dei prigionieri condannati a morte per arrivare alla divisa da marinaretto alla Gian Burrasca per poi mostrarsi per quello che sono: due ragazzi in bermuda che si somigliano tantissimo: infantili, crudeli, dirompenti, prepotenti, bravissimi.

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