La Traviata

La Traviata geniale di Myung-Whun Chung


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La versione del melodramma verdiano non si discosta molto da quella vista sempre alla Scala un paio d’anni fa. A eccezione della direzione di Myung-Whun Chung e dell’intensa prova fornita nei panni di Violetta da Marina Rebeka. Fastoso l’allestimento e curatissima la collaudata regia di Liliana CavaniDavide Annachini


La Traviata
andata in scena alla Scala rientrava tra le annuali riprese di stagione del teatro milanese e non si discostava granché da quella vista un paio d’anni fa, fatta eccezione per il direttore e la protagonista, vale a dire però i capisaldi di un’opera come questa. Se allora era una star come Anna Netrebko a costituire l’autentico motivo di interesse, ora si imponeva la direzione di Myung-Whun Chung, interprete verdiano tra i più interessanti in circolazione, come le sue superlative prove in Don Carlo e Simon Boccanegra avevano di recente confermato proprio alla Scala. Certamente Traviata è altra cosa rispetto a due titoli della piena maturità verdiana come questi (e non a caso un direttore analitico come Claudio Abbado fu insuperabile in entrambi mentre si tenne sempre lontano da Traviata, forse estranea alle sue corde), ma probabilmente più per luoghi comuni e partiti presi, al pari di quello che un tempo, a seconda degli atti, avrebbe voluto per il ruolo di Violetta tre diverse tipologie di soprano (leggero, lirico, drammatico), finché non arrivò la Callas a dimostrare che ne bastava uno solo, ma in grado di spaziare ancor più che su tutte le note sull’intera gamma dei sentimenti.

A confronto con un’opera che alterna ai momenti drammatici quelli brillanti, come le feste in casa di Violetta e di Flora, un direttore della pasta di Chung poteva sembrare non sempre in sintonia con le richieste, data la propensione più a un’espressività intima e filtrata rispetto a quella dichiaratamente tragica o ancor più estroversa. Ma come già nel caso del suo indimenticabile maestro, Carlo Maria Giulini (che firmò insieme alla Callas e a Visconti la Traviata del secolo), Chung è riuscito magistralmente a chiarire come l’apparente festosità da salotto sia tutta di superficie e quasi grottesca, nel mascherare quel senso di morte presente già dal primo atto. Così la sua lettura di Traviata è partita a ritroso, con un preludio primo quanto mai struggente e un esordio dove i brindisi, i cori, gli amoreggiamenti emanavano un che di estenuato e spento. Lo si è capito in particolare nel “Sempre libera” – emblema di tanti spumeggianti acrobatismi all’insegna di un’esuberanza a senso unico –, che, nella scelta dilatata del tempo e con la complicità della regia e della protagonista, ha svelato per la prima volta la sua natura più vera, di stordimento disperato di una donna che nella vita di perdizione cerca di negare a se stessa la speranza di redenzione nell’amore. Un autentico colpo di genio. Queste tinte calibratissime e smorzate hanno progressivamente servito meravigliosamente il sacrificio di Violetta, dal duetto con Germont all’”Amami, Alfredo” sino al sublime concertato della festa, per arrivare allo sfinito preludio secondo e ad un ultimo atto da manuale, in cui la solitudine della protagonista in “Addio del passato”, nell’esangue valzer lento di “Parigi, o cara” e nel suo precipitoso spegnersi finale ha toccato la tragica consapevolezza di una vita giunta al capolinea.

Per questa inedita interpretazione Chung ha trovato in Marina Rebeka una protagonista in grado di sintonizzarsi sulla sua stessa lunghezza d’onda: cantante bella e di bella voce, il soprano lettone ha affrontato da belcantista qual è il ruolo di Violetta, risolvendo senza apparenti difficoltà le insidiose colorature del finale primo (mi bemolle compreso) e assicurando luminosità ed eleganza a un canto sempre puro e sfumato, dall’espansione di autentico lirico puro. Sarebbe potuta sembrare una professionista di classe, ma esente da quella passionalità febbrile che ha imposto come Violette credibili cantanti forse meno perfette, se non fosse emersa nell’ultimo atto come un’interprete davvero intensa e lacerata, capace di concludere un ritratto nobile ma sentimentale, composto ma sensibile, con lo straziante realismo della fine.

Per il resto, il cast riproponeva Francesco Meli, per bellezza di timbro ed espansione vocale forse il migliore Alfredo in circolazione, ruolo perfettamente a misura per una voce di tenore lirico come la sua rispetto agli abituali Manrico e Radames, in grado di consentirgli oltretutto un’emissione più facile degli acuti nonostante la tendenza a cantare a pieni polmoni nei centri, spesso a discapito di mezzevoci che potrebbero risultare più sostenute nell’emissione ed inserite in un disegno espressivo più naturale nella varietà coloristica. Anche per il Germont di Leo Nucci si trattava di un ritorno, che ha riconfermato nel successo personale un affetto raro a trovarsi da parte del pubblico italiano, così pronto a demolire cantanti ben più giovani e a soprassedere sugli attuali limiti vocali di quello che è stato uno dei nostri più validi baritoni degli ultimi cinquant’anni.

Buoni gli altri interpreti – Chiara Isotton (Flora), Francesca Manzo (Annina), Riccardo Della Sciucca (Gastone), Costantino Finucci (Douphol), Antonio Di Matteo (Obigny), Alessandro Spina (Grenvil), Sergei Ababkin (Giuseppe), Jorge Martinez (Commissionario) – e ottime le prestazioni dell’Orchestra e del Coro scaligeri, insieme al Corpo di ballo con solista Massimo Garon.

Spettacolo collaudatissimo e sempre bello da vedere per l’allestimento fastosamente ottocentesco a firma di due premi Oscar come Dante Ferretti per le scene e Gabriella Pescucci per i costumi (luci di Marco Filibeck e coreografie di Micha van Hoecke), questa Traviata si è riconfermata per la misura registica e la cura attoriale tipiche di Liliana Cavani. E viene da pensare come per mettere in scena Attila un Livermore abbia pensato alla “trasgressiva” Cavani di Portiere di notte, mentre per Traviata la stessa Cavani abbia pensato a rispettare in primo luogo la musica di Verdi. Un esempio di civiltà e sensibilità nei confronti del melodramma che fanno di questa messinscena un modello tuttora ammirevole per stile e gusto.

Successo incondizionato per tutti, con punte accesissime per Chung e la Rebeka.

Visto al Teatro alla Scala di Milano il 27 gennaio 2019 . Repliche fino al 17 marzo 2019


LA TRAVIATA
Melodramma in tre atti
Libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi

Violetta Marina Rebeka
Flora Chiara Isotton
Annina Francesca Manzo*
Alfredo Germont Francesco Meli
Giorgio Germont Leo Nucci
Gastone Riccardo Della Sciucca
Barone Douphol Costantino Finucci
Marchese d’Obigny Antonio Di Matteo
Dr. Grenvil Alessandro Spina
Giuseppe Sergei Ababkin*
Domestico di Flora / Commissionario Jorge Martínez*
Solista per le danze del II Atto Massimo Garon

*Allievo dell’Accademia Teatro alla Scala

Direttore Myung-Whun Chung
Regia Liliana Cavani
Scene Dante Ferretti
Costumi Gabriella Pescucci
Coreografia Micha Van Hoecke
Luci Marco Filibeck
Maestro del coro Bruno Casoni
Maestro del Corpo di ballo Frédéric Olivieri
Orchestra, Coro e Corpo di ballo del Teatro alla Scala