Una bellissima Traviata d’altri tempi

Anna Netrebko, protagonista di sole tre recite, ha praticamente garantito il sold out del Teatro alla Scala in un allestimento pluricollaudato a firma di Liliana Cavani e della ditta Ferretti-Pescucci. Direzione rilassata di Nello Santi e cast affiatatissimoDavide Annachini


La Traviata andata in scena alla Scala di Milano evocava molti connotati della tipica edizione confezionata ad hoc per la primadonna di turno, un po’ come nell’Ottocento le fugaci apparizioni milanesi della Patti vedevano allestiti a rotazione i cavalli di battaglia della Diva, che si trattassero poi di Faust, Trovatore, Aida o per l’appunto Traviata ben poco importava, visto che l’attrazione stava principalmente nell’ascoltare la divina Adelina. Nel nostro caso la star era Anna Netrebko, protagonista di sole tre recite che hanno praticamente garantito il sold out al teatro, riscuotendo com’era prevedibile – ma non ovvio – un successo calorosissimo. Prossima ad abbandonare il ruolo in visione di un progressivo cambio di repertorio, che con le recenti Lady Macbeth e Manon Lescaut apre il campo d’azione del soprano russo a un genere decisamente drammatico, Violetta si presentava come un banco di prova temibilissimo, tanto più in un teatro difficile come la Scala, capace di esaltare come di demolire un artista nell’arco della stessa recita.

Forte – dietro suo espresso desiderio – di un allestimento rassicurante quale il pluricollaudato spettacolo a firma di Liliana Cavani e di due premi Oscar come Dante Ferretti e Gabriella Pescucci, di un direttore dai tempi rilassati come Nello Santi e di un cast affiatatissimo, la Netrebko poteva inserirsi in un’edizione già in azione da alcune recite senza problema, ma con il rischio di offrire più un’esibizione che un’interpretazione. Così non è stato, perché anche in una situazione “di comodo” e con un pubblico dichiaratamente bendisposto la cantante ha dato il meglio di sé e l’artista momenti spesso memorabili.

La sua vocalità non è senz’altro un prodotto della sala d’incisione ma una delle più interessanti degli ultimi tempi (verrebbe da dire di “altri tempi”), tanto riempie la sala per espansione, rotondità e morbidezza, sia nei fortissimi quanto nei sempre vibranti piani e pianissimi, con una qualità timbrica di autentico velluto. Voce di natura dotatissima ma guidata da una tecnica scaltra, che nonostante l’ampiezza maturata è riuscita a portare in fondo le insidie del “Sempre libera” con souplesse, muovendosi senza incidenti tra le incalzanti agilità e gli acuti temerari, riuscendo persino ad agguantare i fatidici re bemolle con leggerezza e dolcezza incantevoli. Superato il primo atto – per lei, come per quasi tutte, il più problematico – l’interprete ha avuto modo di venire allo scoperto in più di un momento, in particolare nel duetto con Germont e nell’”Addio del passato”, davvero toccanti, ma anche in certi fraseggi della scena in casa di Flora, risolti senza declamazioni enfatiche ma con una tensione intimista in grado di servire perfettamente il personaggio. Punteggiata più volte da applausi calorosi, la sua prestazione ha brillato anche per padronanza della scena e ha trovato ottima risposta nell’Alfredo di Francesco Meli, che in un ruolo congeniale come questo ha potuto mettere in luce la luminosa qualità lirica del suo timbro, con squisita dolcezza e risultando molto più a fuoco in zona acuta, che non ha mostrato certe forzature avvertibili nel repertorio più spinto abitualmente affrontato. Un veterano come Leo Nucci ha onorato la parte di Germont padre se non proprio con lo slancio e l’espansione di un tempo quantomeno con una tenuta dei fiati e una affidabilità del registro acuto spesso rare da trovare anche nelle leve giovanili, oltre che con un senso della parola verdiana tuttora incisivo.

Ancora più veterano – ma non per la Scala, dove tornava dopo un remotissimo esordio – era Nello Santi, direttore appartenente alla vecchia scuola, con tutti i suoi pregi e limiti. Questi ultimi si sono avvertiti in una lettura dilatatissima nei tempi, spesso priva di mordente e di tensione, quanto talvolta vulnerabile nella precisione tra buca e palcoscenico. Tra i meriti figurava invece la capacità – davvero di altri tempi – di ottenere dall’orchestra un legato e una densità timbrica in grado di “cantare” nei momenti più lirici, come nei due famosi preludi, lentissimi ma a loro modo di indubbia suggestione.

Lo spettacolo, datato 1990 e ripreso appositamente dalla Cavani, confermava – a differenza delle sue regie cinematografiche e come quasi sempre in quelle operistiche – un’impostazione classica, misurata nella recitazione e affidata alle scene imperiose di Ferretti e agli splendidi costumi della Pescucci, rispettando con umiltà quasi commovente – anche questa davvero di altri tempi – la musica di Verdi. Un limite per alcuni imperdonabile ma che a noi l’ha fatta amare ancor più del solito.

Visto al Teatro alla Scala di Milano, 11 marzo 2017. Foto © Marco Brescia & Rudy Amisano

LA TRAVIATA
Melodramma in tre atti di Giuseppe Verdi
Libretto di Francesco M. Piave

Violetta, Ailyn Perez (28 feb.; 3, 5 mar.); Anna Netrebko (9, 11, 14 mar.)
Flora Bervoix
, Chiara Isotton
Giorgio Germont, Leo Nucci
Alfredo Germont, Francesco Meli; Ivan Magrì (3 marzo)
Barone Douphol, Costantino Finucci
Marchese D’Obigny, Abramo Rosalen
Dottor Grenvil, Alessandro Spina
Annina, Chiara Tirotta
Gastone, Oreste Cosimo
Giuseppe, Jérémie Schütz
Domestico, Gustavo Castillo
Direttore Nello Santi
Regia Liliana Cavani
Scene Dante Ferretti
Costumi Gabriella Pescucci
Luci Marco Filibeck
Coro, Orchestra e Corpo di Ballo del Teatro alla Scala