Il costruttore Solness

Il costruttore Solness


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Nella regia di Alessandro Serra, grigia e plumbea come la vita del protagonista, Umberto Orsini, ben coadiuvato dal resto del cast, si dimostra ancora una volta un attore ammirevole per le scelte non facili che ama affrontareMaria Grazia Gregori

Tutto è grigio, plumbeo, nel Costruttore Solness andato in scena al Piccolo Teatro Grassi. Niente salotti candidi, niente natura, ma una specie di enorme carcere dalle altissime pareti grigie, mosse a vista dagli attori per creare spazi oppressivi, che talvolta si aprono all’improvviso su di un paesaggio di oscura fuliggine. È il mondo, creato dal regista Alessandro Serra, in cui si muove Solness, il grande costruttore di case e – si direbbe – di mondi. L’uomo potente – così ci sembra all’inizio – che detiene il potere che non vuole cedere a nessuno, anzi che schiaccia gli altri che hanno la sfortuna di collaborare con lui, ai quali nega qualsiasi possibilità di emergere. Un mondo dove i personaggi sono grigi come l’atmosfera che respirano, in quella grande casa che intuiamo per i pochi mobili che la citano e per l’ossessivo ticchettio della macchina da scrivere. Dove i personaggi, come la moglie di Solness, donna inquieta, appare e scompare all’improvviso rasentando i muri, grigia anch’essa come loro, un fantasma più che un essere vivente. Ma è così – ci si dice – perché dopo l’incendio che ha distrutto la casa di suo padre dove viveva con il marito e i loro due gemelli appena nati, fa morire i piccoli perché – sostiene Solness – ha voluto allattarli avvelenandoli. E sono morti proprio nella casa nuova in cui la coppia vive ancora: una casa di morti dove regna l’infelicità e forse l’odio.

Tutto in questo mondo è dominato dalla volontà di potere di Solness di cui via via scopriremo le nascoste paure, le nascoste infelicità che vive – si direbbe – come un castigo. Il potente costruttore, infatti, soffre di vertigini e, fatta esclusione per una sola volta, non ha mai più potuto porre sul tetto di una costruzione finita la corona di fiori d’uso. Verremo anche a sapere che un’altra sua paura è quella di essere soppiantato da quelli se non più bravi almeno bravi come lui nel suo lavoro o i temutissimi giovani talenti ai quali “ruba” l’amore della loro donna. Il destino gli presenterà il conto che pagherà addirittura con la vita quando la giovane donna che gli ricorda il passato e che incarna il suo destino lo spinge fatalmente a salire sull’ultima costruzione per portarvi in cima, quasi come un pegno di una loro vita futura, la corona.

Ci sono anche altre cose in questo testo non molto rappresentato di Ibsen che sono state tolte nella riduzione che il regista ne ha fatto; mi rendo conto che certe situazioni, certi dialoghi sarebbero stati quasi impossibili da gestire in questo spettacolo che mi pare voglia soprattutto raccontare la caduta di un uomo, con una moralità finale: nel momento in cui vuole essere più buono, in cui sogna una felicità forse impossibile con la giovane donna che è apparsa a ricordargli come era un tempo, lui “deve” morire.

Umberto Orsini, che è Solness, è un uomo in grigio, grigio anche dentro, le luci lo illuminano di sghembo, è un essere che dovrebbe essere vincitore ma che è già vinto, malgrado la sua apparente onnipotenza. La sua sconfitta non viene dal mondo di fuori, ma è già tutta dentro di lui, è il suo destino. È quella famosa “colpa” che i personaggi di Ibsen prima o poi devono pagare nei confronti della società. Ammiro questo attore che potrebbe vivere di rendita e che invece ama le scelte non facili come quella, peraltro interessante, di un regista che si muove in un’altra realtà teatrale, senza temere di mettersi in pericolo, dandoci, come in questo caso, il meglio di quel grande attore che è. Nella valida compagnia guidata da Orsini Lucia Lavia, nel ruolo di Hilde, la donna che sarà fatale a Solness, non è solo brava ma è anche maturata come attrice e Renata Palminiello crea come meglio non si potrebbe l’inquietudine oscura della moglie Aline. Ma sono da ricordare Chiara Degani, Pietro Micol, Salvo Drago e un ritrovato Flavio Bonacci perfetti nei loro ruoli.

Visto al Piccolo Teatro “Paolo Grassi” di Milano. Repliche fino al 12 maggio 2019

Il costruttore Solness
da Henrik Ibsen
uno spettacolo di Alessandro Serra
con Umberto Orsini nel ruolo di Solness
e Lucia Lavia, Hilde; Renata Palminiello, Aline; Pietro Micci, Dottor Herdal; Chiara Degani, Kaja; Salvo Drago, Ragnar
e con Flavio Bonacci nel ruolo di Knut Brovik
Produzione Compagnia Orsini e Teatro Stabile dell’Umbria