Granma. Metales de Cuba

Granma. Metales de Cuba


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Il nuovo spettacolo del collettivo tedesco Rimini Protokoll è una cavalcata nella storia di Cuba tra invenzione teatrale, documenti e testimonianze dirette. Che mai come in questo caso assumono un valore fortissimo, realeMaria Grazia Gregori


Sono tornati in Italia – questa volta all’Arena del Sole di Bologna – il gruppo tedesco dei Rimini Protokoll con un nuovo spettacolo molto diverso nel soggetto scelto se non nel loro modo di lavorare. Si intitola Granma. Metales de Cuba una cavalcata nella storia di Cuba iniziata all’inizio del Novecento e che continua ancora oggi. Un lavoro che racconta le vicende di quest’isola con grande attenzione alla Rivoluzione cubana, nato da un lavoro sul campo a contatto con artisti locali e – come sempre succede per questo gruppo tedesco – mescolando invenzione teatrale, documenti e testimonianze dirette. Mai come in questo caso, mi pare, queste ultime hanno assunto un valore fortissimo, reale.

Raccontare di Cuba come fanno i Rimini Protokoll guidati da Stefan Kaegi dopo un lungo lavoro iniziato sul posto con LES (Laboratorio Escénico de Exprimentación Social dell’Avana) ha significato per loro confrontarsi con una realtà diversa, una specie di lungo viaggio nella storia di questa isola resa famosa nel mondo dalla sua rivoluzione, dai suoi mitici eroi a partire da Ernesto “Che” Guevara e Fidel Castro, che insieme a gruppi di valorosi rivoluzionari, combatterono contro il corrotto regime di Batista protetto dagli americani. E a questa rivoluzione si rifà il titolo dello spettacolo Granma. Metales de Cuba dove Granma è il nome della nave che portò gli esiliati e i fuoriusciti a Cuba, da cui prese avvio la ribellione. Ma, in questo caso – che è quello che ci intriga di più perché ci mette di fronte anche alle nostre oltre che alle loro illusioni – questo spettacolo vuol raccontare lo storico evento visto da chi non era ancora nato così come oralmente è stato tramandato da chi nelle loro famiglie l’ha vissuto davvero: i loro nonni e le loro nonne. Vuol dire cercare di capire, di domandarsi se tutto è andato come si sarebbe voluto, se tutti quei grandi sacrifici chiesti dai nuovi governanti, abbiano portato i loro frutti dando corpo ai sogni che rendono spesso il sacrificio, anche quello estremo, degno di esser vissuto.

È molto commovente, forte, anche un po’ triste, malgrado la musica qui suonata dagli stessi interpreti che fa da colonna sonora sia allegra come allegra è la lingua spagnola che qui si parla perché quello che si dice, che ci si racconta è lo sforzo immane di un popolo che si è liberato da una dittatura odiosa e da un’altrettanto odiosa corruzione e che si batte contro la povertà affrontata con orgoglio, malgrado un superlavoro richiesto per potere sopravvivere e mantenere i ritmi produttivi quando gran parte del cosiddetto mondo libero faceva di tutto, a cominciare dall’embargo, per porre fine a questa vita anche difficile nata dai sogni della rivoluzione. Mi sono molto commossa quando i nonni e le nonne di chi racconta dicono ai loro nipoti che cosa per loro hanno voluto dire tutti quei sacrifici, enormi, certo, ma c’era la libertà e finalmente una casa sia pur malandata almeno all’inizio, il sogno di tutto ciò che, sia pur faticosamente, avrebbero potuto fare i figli e i nipoti e che spesso si è avverato. Non tutto, si sa, è stato come si sogna, dice un nonno mentre sullo schermo scorrono le immagini di Fidel, del Che andato a morire lontano nel tentativo romantico e velleitario di fare nascere anche altrove una rivoluzione. Ma scorrono anche le immagini della Cuba di oggi, i nuovi alti palazzi popolari sul lungomare dell’Avana, le macchine non più scassate come nel film su Cuba di Wim Wenders. Quello che ci viene raccontato porta vanti un tema importante, anche nel nostro immaginario: le rivoluzioni, le guerre per la libertà vengono fatte dai martiri e dagli eroi. Sono loro il nostro modello. Qui si dimostra una realtà più semplice e – se posso dire – perfino più eroica, nata da quell’eroismo quotidiano che deve essere vissuto giorno per giorno, perché, forse, la storia è fatta da chi la vive sulla propria pelle così come il sogno della libertà, il sacrificio e le delusioni quotidiane, talvolta il disincanto, talvolta il dolore forse anche la disillusione, il rimpianto ma anche l’orgoglio di chi l’ha vissuta, di chi ci è stato a dispetto della Realpolitik. Questa è la funzione di Christian, Dian, Daniel e Milagro che sono gli interpreti e che si sono assunti di mostrare, anzi di vivere, il valore fondamentale del ricordo anche se sono diventati altro da quello che sono stati i loro nonni, scandendo con la musica dei loro strumenti a fiato lo scorrere del tempo e dei ricordi mentre le immagini si proiettano sul fondo della scena ma anche ai lati del palcoscenico. Dice uno di loro – e forse è la morale della storia – di esser orgoglioso di quello che ha fatto suo nonno che gli ha dato una ragione per vivere. Un nonno che non mette in discussione nulla mentre lui mette in discussione tutto. Spesso è così anche quando noi raccontiamo la nostra storia che magari accettiamo del tutto e magari no, ma senza mettere in discussione il “perché” l’abbiamo vissuta. Ci credevamo e in moltissimi casi ci crediamo ancora.

Visto all’Arena del Sole di Bologna

Granma. Metales de Cuba
un progetto di Rimini Protokoll
concept e regia Stefan Kaegi
drammaturgia Yohayna Hernández, Ricardo Sarmiento (assistente)
con Milagro Álvarez Leliebre, Daniel Cruces-Pérez, Christian Paneque Moreda, Diana Sainz Mena
stage design Aljoscha Begrich, Julia Casabona (assistente)
video Mikko Gaestel in collaborazione con Marta María Borrás
composizioni musicali Ari Benjamin-Meyers
sound design Tito Toblerone, Aaron Ghantus
costumi Julia Casabona
direzione tecnica e light design Sven Nichterlein
direzione di produzione Maitén Arns
assistente di produzione Federico Schwindt (Berlino), Dianelis Diéguez (Cuba), Miriam E. González Abad (Cuba)
assistente alla regia Noemi Berkowitz
internship Joanna Falkenberg (stage), Ignacia González (direzione), Lenna Stam (costumi)
sottotitoli Federico Schwindt
traduzione Franziska Muche, Anna Galt (Panthea)
lezioni di trombone Yoandry Argudin Ferrer, Diana Sainz Mena, Rob Gutowski
ricerca a Cuba Residencia Documenta Sur, coordinata da Laboratorio Escénico de Experimentación
interviste a Cuba Taimi Diéguez Mallo, Karina Pino Gallardo, Maité Hernández-Lorenzo, José Ramón Hernández Suárez, Ricardo Sarmiento Ramírez (produzione)
produzione Rimini Apparat e Maxim Gorki Theater Berlin
in coproduzione con Emilia Romagna Teatro Fondazione, Festival d’Avignon, Festival TransAmériques, Kaserne Basel, Onassis Cultural Centre-Athens, Théatre Vidy-Lausanne, LuganoInscena-Lac, Zürcher Theaterspektakel
con il contributo di German Federal Cultural Foundation, Swiss Arts Council Pro Helvetia e Senate Department for Culture and Europe
in collaborazione con Goethe Institut Havanna
Spettacolo in lingua spagnola sovratitolato in italiano
Durata: 135 minuti