Anna Bolena a Modena, tra integralità e “filologia”

Una pregevole riproposta dell’Anna Bolena di Donizetti al Teatro Comunale Pavarotti-Freni di Modena, in conclusione di un lungo tour emiliano, ha riportato all’attenzione l’opera nella sua integralità e in una versione pseudo-filologica, con diverse luci e qualche ombra. Davide Annachini

Anna Bolena viene storicamente considerata il caposaldo della Donizetti-Renaissance, che dalla leggendaria edizione scaligera del 1957 – siglata Callas, Visconti, Gavazzeni – non solo si rivelò come un sorprendente capolavoro del Bergamasco ma contribuì anche alla decisiva riabilitazione dell’intera sua produzione, praticamente riemersa nel corso degli anni nei tantissimi titoli e consolidata in quelli più significativi. Ormai se ne può parlare come di un’opera quasi di repertorio, anche perché non c’è stata primadonna che dopo la Callas non abbia ambito a misurarsi con la grande parte di regina scritta per la mitica Giuditta Pasta. In realtà non solo di banco di prova per grandi soprani si tratta, visto che sul piatto figurano parti esigentissime per almeno altre tre voci, tra cui quella proibitiva di Percy, pensata da Donizetti sulla vocalità acutissima del leggendario tenore Giovanni Battista Rubini. Nel tempo quindi si è sempre più sentita la necessità di pensare a una restituzione globale dell’opera, compresa la riapertura di molti tagli, che Gavazzeni in quella prima Bolena aveva effettuato a man bassa, privilegiando un’urgenza drammatica proiettata verso un tardo Romanticismo che in parte tradiva invece le peculiarità stilistiche di un lavoro del 1830, ancora belcantistico nella scrittura vocale per quanto di natura già protoromantica nelle intenzioni drammaturgiche.

La scelta di una lunga cordata di teatri – che partendo da Lugano si è spinta a Reggio Emilia, Piacenza e infine Modena – di proporre Anna Bolena in versione pressoché integrale e in una rilettura a suo modo “filologica” costituiva di per sé motivo di interesse e di merito per l’encomiabile sinergia di forze e di intenti tra realtà minori. E il buon riscontro di pubblico – anche se con punte di consensi diversificate -, rilevato ancora all’ultima recita di questa coproduzione al Teatro Comunale Pavarotti-Freni di Modena, ha dimostrato la bontà della proposta, al di là di luci e ombre esecutive.

L’idea di riportare l’orchestra a un organico sottodimensionato rispetto al solito e contraddistinto da strumenti antichi (“I Classicisti”, già conosciuti come “I Barocchisti”), comportava di per sé un cambiamento di rapporti tra buca e scena, agevolando le voci meno sonore e optando per una scelta coloristica dalle timbriche spesso smunte e chiare rispetto a un’orchestra romantica. Lo si è notato immediatamente nello scarso sostegno sonoro degli accompagnamenti e in un certo stridore dei fortissimi, che nei momenti più drammatici obbligavano gli strumentisti a pigiare al massimo sul pedale. Se quindi – volendo puntare a una Bolena che guardasse indietro, principalmente a Rossini, piuttosto che avanti, all’imminente Romanticismo – si è scelto di alleggerire il peso fonico orchestrale, d’altro lato si sarebbe dovuto optare anche per un respiro narrativo più indugiante, più dilatato, votato al lirismo se non addirittura all’elegia, in perfetto stile con l’epoca, come nel caso di un’opera coeva ed elegiaca per eccellenza come la Sonnambula, che non a caso fu la risposta di Bellini alla Bolena di Donizetti pochi mesi dopo, nella stessa Milano e con identici protagonisti, cioè la Pasta e Rubini.

Nella direzione appassionata di Diego Fasolis forse proprio questa cifra stilistico-espressiva è venuta meno, nell’evidenziare un taglio esecutivo tagliente e precipitoso in certi punti (vedi l’acceleratissima e spigolosa sinfonia) a cui si contrapponeva un’inaspettata dilatazione dei momenti invece più concitati, come il finale del primo atto o la stretta conclusiva del duetto fra Bolena e Seymour, un po’ sgonfiati della lora incisività drammatica. Ma anche un coro meraviglioso come quello femminile che introduce la grande scena del supplizio della regina, più che commosso e struggente, aveva un che di spensierato e leggiadro veramente poco intonato alla situazione, come di abbandono elegiaco – legato soprattutto a un personaggio nostalgico quale Percy – non s’è vista l’ombra. Detto questo, Fasolis ha comunque dimostrato autorevolezza nel tenere le fila di più di tre ore di musica e di un’esecuzione complessa e articolata che non ha presentato sbavature e che oltre al lodevole apporto dei Classicisti vedeva anche quello più che apprezzabile del Coro Claudio Merulo di Reggio Emilia preparato da Martino Faggiani.

Nel cast le sorprese sono state due e luminosissime: la Giovanna Seymour di Arianna Vendittelli e in particolare il Percy di Ruzil Gatin. La scelta di un soprano per una parte solitamente di mezzosoprano acuto (all’epoca definito anche “soprano corto”) ha trovato nella Vendittelli una voce vibrante, timbricamente bella, morbida e – ad eccezione del trillo – ben educata all’agilità e al colorismo belcantistico, unitamente a una suggestiva presenza scenica che ha fatto della sua Seymour la credibile preferita di Enrico VIII rispetto alla regina caduta in disgrazia. Gatin nella parte che fu di Rubini ha svelato rispetto al passato una vocalità molto ampliata nel volume e nello squillo acuto, di bellissimo colore tenorile, dalle suggestive mezzevoci e – ad esclusione anche per lui del trillo – ideale per lirismo e stile alle parti di amoroso del repertorio belcantista, su cui contare di sicuro per il futuro.

Su un piano diverso si collocava invece la coppia reale, costituita da due collaudati professionisti come Carmela Remigio e Simone Alberghini, colti però in una fase un po’ stanca della loro carriera. Alberghini – in una parte di grande basso scritta addirittura per il celebre Filippo Galli – ha assicurato nobiltà e proprietà di stile al re inglese, dando però l’impressione di un Enrico senile, già arrivato alla sesta moglie e non solo alla seconda, per il colore piuttosto opaco e la fatica della voce a imporsi con la dovuta autorevolezza. Anche alla Remigio veniva a mancare la forza vocale per essere una Bolena pienamente credibile, dato che il timbro – un tempo polposo nei centri e raggiante sugli acuti – si è alquanto ossidato, risultando povero di armonici in basso e privo di squillo in alto. Questo si è ripercosso anche sull’interprete, che non potendo far conto su uno strumento penetrante e dominante si è trovata – al di là della bella presenza – a forzare sulla gestualità nei momenti di maggiore tensione (in particolare nell’invettiva “Giudici ad Anna” e nel duetto con la rivale) con soluzioni sceniche non sempre aristocratiche. Dando conto dell’irreprensibile musicalità del soprano e della sua intelligenza di cantante consumata, hanno poi stupito alcune scelte opinabili, come quella di omettere nella famosa cabaletta finale “Coppia iniqua” le salite ai do scritti a favore di un rischioso mi bemolle sopracuto non scritto, che ha concluso la sua onesta prestazione con un evitabile incidente di percorso.

Il cast elencava inoltre il valido Smeton di Paola Gardina, purtroppo trasportato dalla regia quasi più a ruolo di buffone che di paggio di corte, l’accorato Rochefort di Luigi De Donato e il vivido Hervey di Marcello Nardis.

Lo spettacolo di Carmelo Rifici (scene di Guido Buganza, costumi di Margherita Baldoni, luci di Alessandro Verazzi, movimenti scenici di Alessio Maria Romano) si incentrava su una messinscena girevole dalle pareti crude come quelle di una prigione e sul colore spiccato dei costumi dei protagonisti, oltre che su una recitazione accurata nella definizione dei diversi personaggi. Fatta eccezione per alcune soluzioni rimaste nelle intenzioni del regista – come quella non meglio giustificata dei due pittori impegnati a restaurare un grande volto in affresco -, certe atmosfere di sapore onirico restituivano efficacemente una dimensione psicologica e ossessiva della regina spodestata, come del suo delirio finale, che giustamente imponeva all’epoca questa come delle prime opere “di pazzia” ampiamente collaudate poi nel Romanticismo.

Buono, come si è detto, il successo di pubblico, con applausi a scena aperta soprattutto per Gatin e la Vendittelli.

 

Visto al Teatro Comunale Pavarotti-Freni il 25 febbraio