Giovanna d’Arco alla Scala

Assente dalle scene scaligere da un secolo e mezzo, l’opera verdiana è stata scelta come titolo inaugurale della stagione ed è stata un successo. Merito della direzione di Chailly e di un ottimo cast vocale, a partire da Anna Netrebko – Davide Annachini

Assente dalle scene scaligere da un secolo e mezzo, Giovanna d’Arco di Verdi è stata scelta come titolo inaugurale della stagione 2015/16 ed è stata un successo. Non si poteva comunque scommettere con quest’opera di giocare sul sicuro, visto che nonostante la predilezione dello stesso autore – nel 1845 in grado di contare però al suo attivo solo sette titoli – Giovanna d’Arco non conobbe mai autentica fortuna, vuoi da parte della critica che del pubblico, fatta eccezione per un valzerino cantato dagli spiriti infernali divenuto all’epoca popolarissimo. Come altri lavori dei cosiddetti “anni di galera”, è questo un Verdi da prendere o rifiutare, tanto con le sue bellezze (ad esempio le splendide arie della protagonista e un paio di duetti) quanto con i suoi ritmi incalzanti e sbrigativi o con la sua drammaturgia apparentemente tagliata con l’accetta, che dell’originale Die Jungfrau von Orléans di Schiller fa una riduzione spesso incomprensibile e antiteatrale per mano di Temistocle Solera.

Troviamo quindi una Pulzella perennemente vaneggiante, scossa da fremiti guerrieri, da estasi paradisiache ma anche da pulsioni erotiche nei confronti dello stesso Carlo VII, un re depresso al punto di voler abdicare ma non di smettere d’insidiare la vergine con pressanti profferte amorose. E proprio sul tema dell’illibatezza si incentra la condanna della protagonista, vittima in primis di un padre bacchettone e redenta come sempre dalla morte, in questo caso guadagnata sul campo di battaglia e non sul rogo.

Un’opera in definitiva che per reggere deve necessariamente contare su una grande protagonista e su un grande direttore, quanto possibilmente su una regia in grado di rendere credibile quello che credibile non è.
A conti fatti, come il successo della prima e quello delle seguenti repliche hanno dimostrato, tutti questi ingredienti alla Scala non sono mancati all’appello, a cominciare da Riccardo Chailly, che di Giovanna d’Arco è stato uno dei più convinti promotori già dal 1989, quando ne diresse una memorabile edizione bolognese. Questa rilettura ne ha riconfermato la grande maestria direttoriale, in grado di dare impulso e vigore ai frequenti squarci risorgimentali come di levigare con abbandono quelli elegiaci e sentimentali, all’interno di un’interpretazione ricca di sfaccettature e al tempo stesso perfettamente unitaria e coerente. Grazie a lui l’opera ha preso il volo, dimostrando pur nella sua stringatezza e nelle sue contraddizioni, come nelle sue diverse qualità musicali, una tensione drammaturgica in grado di coinvolgere il pubblico, che l’ha accolta con un successo sicuramente maggiore rispetto al suo debutto scaligero di centocinquanta anni fa.

Merito anche di una protagonista a tutto tondo come Anna Netrebko, star non solo di nome ma anche di fatto, che qui ha avuto la sua meritata consacrazione nel più prestigioso tempio lirico internazionale. Forte dei trascorsi belcantistici e avviata ad un repertorio decisamente più drammatico, il soprano russo ha trovato in Giovanna un ruolo estremamente congeniale ai suoi mezzi, ricchi di volume, calore timbrico, vigore vocale, che le hanno permesso di affrontare tutte le difficoltà della parte con una sicurezza e un impeto impressionanti. Ma al di là di qualche passaggio fiorito che ora le torna meno fluido di un tempo, hanno colpito anche le sue bellissime smorzature in zona acuta, tali da restituire l’aspetto angelicato della Santa, quanto la perfetta adesione al personaggio, battagliero e inquieto, delirante e sentimentale. Un’interpretazione maiuscola, che ha trovato eccellente corrispondenza nel Carlo VII di Francesco Meli, tenore di voce bellissima, di dizione impeccabile, di accento nobile e di canto accurato, forse solo un po’ spinto nell’emissione, che talvolta sembra essere portata ai limiti della propria natura. E per una temibilissima prima come quella di Sant’Ambrogio si può dire che il debutto dell’ultima ora di Devid Cecconi, convocato in tutta fretta a sostituire l’indisposto Carlos Alvarez nel ruolo di Giacomo, sia nato sotto benigna stella, per il fatto di averci rivelato un baritono di salda vocalità verdiana, ma anche un cantante duttile e un interprete convincente. Da segnalare infine l’eccellente prestazione dell’orchestra e del coro scaligeri.

Lo spettacolo a firma della coppia Moshe Leiser e Patrice Caurier – oggetto di dissapori tra Chailly e i registi emersi anche sulla stampa – non rivelava in realtà aspetti così censurabili come ci si sarebbe potuti aspettare. La cifra visionaria di Giovanna, vista come una fanciulla dell’Ottocento apparentemente malata di isteria ma vittima più che altro di un suo mondo immaginifico – è stata restituita grazie ai suggestivi video di Étienne Guiol, alle luci efficaci di Christophe Forey, alla fluida gestione scenica del coro da parte dei due registi. Scene funzionali di Christian Fenouillat, che dal minimalismo della stanza di Giovanna passavano alla magica apparizione della Cattedrale di Reims sino all’idea di un rogo di mobili accatastati, in grado almeno di restituire all’opera il connotato più famoso legato alla martire francese. Costumi pertinenti di Agostino Cavalca, che derogavano dalla tradizione solo con l’apparizione statuaria di un Carlo VII tutto d’oro e blu lapislazzuli in puro stile gotico e con un Giacomo in abiti giustamente ottocenteschi, più intonati a restituire la moralità borghese di un padre ottuso al punto da denunciare pubblicamente la figlia per violata verginità. E le tentazioni carnali in cui cade la povera Pulzella sono state risolte con un’orda di diavolacci grotteschi che la sommergevano come nell’Inferno di un pittore fiammingo. Dunque niente di scandaloso (se mai qualcosa può ancora scandalizzare a teatro) e nessuno scandalizzato, tant’è che anche lo spettacolo è passato indenne sotto le forche caudine del giudizio del pubblico, come si è detto calorosissimo per tutti.

Visto il 13 dicembre al Teatro alla Scala di Milano. Repliche 18, 21, 23 dicembre 2015, 2 gennaio 2016. Foto credit Brescia-Amisano / Teatro alla Scala

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GIOVANNA D’ARCO
Dramma lirico in quattro atti
Libretto di Temistocle Solera
Tratto da Die Jungfrau von Orléans di Friedrich Schiller
Musica di Giuseppe Verdi

Carlo VII – Francesco Meli
Giovanna – Anna Netrebko
Giacomo – Devid Cecconi
Talbot – Dmitry Beloselskiy
Delil – Michele Mauro

Direttore – Riccardo Chailly
Regia – Moshe Leiser, Patrice Caurier
Scene – Christian Fenouillat
Costumi – Agostino Cavalca
Luci – Christophe Forey
Video – Etienne Guiol
Movimenti coreografici – Leah Hausman