A Ferrara Sasha Waltz e la Mahler Chamber Orchestra omaggiano Abbado


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A Ferrara, a qualche settimana dalla scomparsa di Claudio Abbado, l’incontro tra la Mahler Chamber Orchestra e la compagnia Sasha Waltz & Guests offre lo spunto per ricordare il grande direttore. L’occasione è la prima italiana di Métamorphoses, in cui si è sviluppato l’incontro tra le sonorità cangianti del prestigioso Ensemble musicale e la danza della famosa coreografa berlinese – Silvia Poletti

Lo spettacolo ferrarese con Sasha Waltz & Guests si segnalava già a inizio stagione come un appuntamento rilevante, grazie anche alla presenza della Mahler Chamber Orchestra: connubio particolarmente significativo per la città estense, di fatto madrina artistica italiana di entrambe le compagini. Dopo la morte di Claudio Abbado, legatissimo a Ferrara per cui creò “Ferrara Musica“, la data ha assunto ancora maggior significato, visto che il maestro era stato fondatore e sostenitore della Mahler Jugendorchester di cui la Chamber Orchestra è emanazione.  Métamorphoses, titolo allo stesso tempo evocativo e sfuggente, ha assunto così un ulteriore significato emozionale per il pubblico che ha affollato il Teatro Comunale: il ricordo di una personalità così imponente e amata come quella di Abbado, a poche settimane dalla scomparsa, aleggiava tra artisti e spettatori. Il che ha contribuito ad aumentare il successo conclusivo della serata e forse, a suo modo, inconsapevolmente a confonderci ancora di più sulla vera qualità teatrale e coreografica di Waltz, chiamata qui a inventare una stretta dialettica di puro movimento con gli strepitosi musicisti della MCO, alle prese con ardue composizioni contemporanee – un Quartetto di Ruth Wiesenfeld, una composizione per percussioni di Xenakis, due Quartetti di Haas, il Quartetto n.1 di Ligeti e una composizione per archi di Xenakis.

L’assemblaggio di queste “miniature”, nate inizialmente in spazi altri come il Neues Museum di Berlino, oltre ad enfatizzare il dialogo con la musica (e con i musicisti che entrano addirittura nella partitura coreografica, “condotti” dai danzatori in una specie di danza ardua di leggii e di spazio nel Quartetto di Ligeti), recuperando l’assunto basico dell’arte coreografica, ha permesso di analizzare la capacità compositiva, il puro vocabolario, e insomma la qualità vera di questa autrice ormai cinquantenne, considerata un nome di punta del teatro di danza europeo, certo “il” nome della danza tedesca attuale nel mondo (è stata nominata ambasciatrice della cultura europea).

Del resto Waltz nasce “formalista”, visto che la sua formazione è stata con i maestri del postmodern americano e, nonostante la si continui a indicare come erede di Pina Bausch (creando in lei non poche aspettative di subentrarle, anche formalmente, in qualche teatro o compagnia importante), tra le due la differenza è abissale: là dove Pina partiva comunque sempre dalla necessità di tradurre in fisicità un’emozione indescrivibile, Sasha resta sempre fluttuante in una sorta di limbo espressivo ed emozionale. Recentemente ci è parso che al formalismo americano, Waltz abbia aggiunto uno sguardo più minuzioso all’Ausdruckstanz storica, riconsiderando la filosofia del movimento dei maestri tedeschi del primo Novecento, quasi a riconnettersi in un filone culturale che di fatto ne avvalori la sua legittimazione a erede di quel mondo. In Métamorphoses, infatti, molti momenti coreografici rimandano ai granitici gruppi labaniani, con la tipica scultoreità di pose in cui la fisicità dei danzatori si impregna del peso dei muscoli, dell’energia che spinge in basso, della tensione fisica che incide dinamiche e posture.

In questo senso è emblematico il quadro Rebonds Part B di Xenakis dove l’esplosione percussiva della strepitosa musicista Robyn Schulkowsky si rifrange nella muraglia fisica delle sette danzatrici in tuniche nere. Il rimando visivo è immediato: ricorda la prima Martha Graham o appunto le danze di Wigman o Laban, per come si sviluppa nello spazio – ora all’unisono, ora in piccoli gruppi e soprattutto nell’enfasi sulla contrazione e rilassamento del busto, sulle braccia ora roteanti ora bloccate nella posa a candelabro. Ma queste menadi del Ventunesimo Secolo, rispetto alle loro antenate – che in scena rivoluzionavano l’iconografia della danza e imponevano  anche un certo tipo di femminilità moderna – restano immerse in un limbo cristallizzato, in cui manca un guizzo di anima e in cui il sospetto di un citazionismo senza onesto ripensamento è forte. E che l’algidità sia una prerogativa di Waltz lo dimostra anche un duetto sul Quartetto n. 2 di Haas che scopriamo essere ispirato al tema di Orfeo ed Euridice (apprendiamo che Sasha è attratta dai miti e dalla storia di civiltà antiche): nessuna emozione reale suscita dall’indulgere dei movimenti. Una razionalità algebrica muove la coreografia, che riprende idee tipiche del vocabolario Waltz: sollevamenti in progressione, lavoro al suolo bloccato in pose scultoree (ancora), minimi dettagli descrittivi/espressivi, come un braccio sollevato di lei verso di lui, distante e di spalle. Della recente opportunità di lavorare con grandi formazioni classiche (Opéra di Parigi e Marjinsky di San Pietroburgo) Waltz espunge, ma non riesce veramente a fondere, alcuni riconoscibili passi accademici, come degli inattesi (e inutili) entrechats huit che mettono in crisi i suoi ballerini. E in effetti nel prosieguo del lungo spettacolo (due ore e oltre) si conferma la sensazione di una giustapposizione di sequenze “basic” variamente collegate, quasi che l’autrice non senta davvero una necessità interiore di comporre la danza quanto un obbligo razionale a costruire la coreografia. Il che conferisce al pur sontuoso spettacolo, magnificamente eseguito dalla componente musicale, un po’ meno dagli stessi danzatori, un andamento stentoreo, monolitico, a lungo andare noioso, ma quel che credo sia più grave, realmente poco coinvolgente.

Sasha Waltz & Guests
Mahler Chamber Orchestra
Métamorphoses
direzione artistica e coreografia Sasha Waltz
costumi Bernd Skodzig
scene e luci Martin Hauk
direzione d’orchestra  Titus Engel
visto a Ferrara, Teatro Comunale, 21 febbraio 2014
foto di S. Bolesch