Les Troyens

La vittoria dei Troiani di Berlioz

La messa in scena de Les Troyens di Berlioz ha riportato alla Scala di Milano l’atmosfera dello spettacolo d’eccezione, difficile da ricordare in tempi recenti per un equilibrio altrettanto perfetto tra componente musicale e scenicaDavide Annachini


La messa in scena de Les Troyens di Berlioz ha riportato alla Scala di Milano l’atmosfera dello spettacolo d’eccezione, difficile da ricordare in tempi recenti per un equilibrio altrettanto perfetto tra componente musicale e scenica.

Di per sé allestire Les Troyens nella sua integralità è impresa ciclopica, perché è come concentrare in un’unica serata due opere vere e proprie, La prise de Troie e Les Troyens à Carthage. Più di quattro ore di musica ripartite su cinque atti, colpi di scena ad effetto – come l’entrata del monumentale cavallo nelle mura di Troia -, danze, cori ed epiche scene di morte delle due protagoniste, Cassandre e Didon. Per molti aspetti un grand-opéra – nonostante lo stile tutto suo e in parte diverso da questo particolare genere teatrale – che, per quanto musicato nel 1858, trovò modo di essere rappresentato nella sua integralità solo nel 1899 all’Opéra di Parigi.

La musica, bellissima, è la quintessenza dello stile di Berlioz, drammatica e travolgente ma anche intensa e commossa, magniloquente nel respiro e sfarzosa nella timbrica orchestrale, con quell’inclinazione all’enfasi tipica del gusto romantico francese, quanto mai devoto all’amore per la Grandeur. Una partitura quindi estremamente complessa da sostenere drammaturgicamente e scenicamente, oltre che assai ardua da cantare e interpretare.

La Scala, a queste richieste, ha risposto come meglio non si poteva, affidando la responsabilità dell’esecuzione a un direttore di altissimo livello quale Antonio Pappano, che in quest’occasione si presentava per la prima volta nella sala del Piermarini. Un debutto alla grande, che ha confermato, se mai ce ne fosse stato di bisogno, l’eccezionalità del maestro italo-anglosassone, testimoniata soprattutto dal superbo lavoro portato avanti in questi anni al Covent Garden di Londra e all’Accademia di Santa Cecilia a Roma. Pappano è attualmente uno dei direttori più completi in circolazione, che soprattutto nell’opera dimostra di conoscere perfettamente il respiro del canto e della narrazione teatrale, oltre alla capacità di far suonare l’orchestra meravigliosamente e di possedere una comunicativa d’interprete quanto mai coinvolgente.

Il suo intervento su Berlioz ha stupito per la capacità di reggere la tensione di una partitura così vasta e variegata, quanto di centrare ogni diverso momento con una cifra climatica dai colori e dalle sonorità di grande suggestione. Sempre con una sincerità e una passionalità ben lontane dall’apparire artificiose, e con una resa esecutiva che ha portato i complessi scaligeri a offrire il meglio di sé. Le grida del loggione “Vieni a dirigere a Milano” non sono sembrate una volta tanto faziose e il successo trionfale guadagnato sul campo ha in effetti confermato quanto Pappano potrebbe essere una presenza ideale per un teatro come la Scala.

Questi Troyens oltre alla sua presenza potevano contare su una compagnia di canto al momento senza confronti, soprattutto nelle tre parti principali. Sempre più Gregory Kunde rivela di essere un fenomeno tenorile, non solo per la longevità ma anche per la capacità di migliorare con il passare del tempo. Una parte come quella di Enée – di grande tensione lirica e drammatica, oltre che scomoda per tessitura vocale – l’ha trovato interprete ideale per l’espansione di un canto realmente eroico, per gli acuti fulminanti, per lo slancio appassionato. Una prestazione, la sua, applauditissima dal pubblico e condivisa con quella delle due coprotagoniste, Anna Caterina Antonacci e Daniela Barcellona.

La Antonacci è stata una Cassandre memorabile per il fascino interpretativo, dalle mosse feline e dagli sguardi invasati, in grado di delineare la tragedia della principessa troiana nella sua complessità di profetessa incompresa e di donna pronta a sacrificare l’amore e la vita per i suoi ideali di patria e libertà. Cantante di notevole fascino timbrico e sottigliezza espressiva, l’Antonacci è stata un eccellente contraltare alla Didon della Barcellona, più vibrante ed impetuosa nel canto, in cui ha rivelato – smessi per una volta i panni di belcantista “en travesti” – accenti ed emozioni di toccante femminilità. Soprattutto nella disperazione e nell’immolazione della regina abbandonata si è rivelata interprete inedita e sorprendente, di assoluto impatto tragico.

Alle due osannate primedonne faceva da contorno uno stuolo di ottimi interpreti secondari, tra i quali vanno almeno ricordati il suggestivo Shalva Mukeria, prezioso nelle filature del canto di Iopas, il vibrante Panthée di Alexander Duhamel, l’austero e dolente Narbal di Giacomo Prestia, il tenebroso e imponente Deyan Vatchkov nell’ombra di Hector, il bravo Paolo Fanale nella chanson d’Hylas e le presenze scenicamente autorevoli di Mario Luperi ed Elena Zilio quali Priam ed Hécube, spettri regali di un regno sull’orlo del precipizio in chiave tardo ottocentesca.

Lo spettacolo – una coproduzione con il Covent Garden di Londra, la Wiener Staatsoper e la San Francisco Opera – portava la firma di David McVicar, regista collaudatissimo nei maggiori teatri internazionali e che in questo allestimento, già andato in scena a Londra due anni fa, ha assicurato una messinscena grandiosa, dalle suggestive soluzioni sceniche di Es Devlin, dai costumi di Moritz Junge, altalenanti tra una Troia mitteleuropea in via di disfacimento e le atmosfere assolate di una Cartagine marocchina, dalle luci di decisivo effetto drammatico di Wolfgang Goebbel e dalle coreografie acrobatiche di Lynne Page.

Una regia, quella di McVicar, capace di sostenere l’imponente discorso narrativo e di centrare con acutezza la diversa psicologia dei personaggi, tramite un’attenzione accuratissima – da buon anglosassone – alla recitazione. Inoltre, una regia dove – quando un personaggio decide di suicidarsi – si utilizza un pugnale o una spada e non un apriscatole o un ombrello, cosa a cui non eravamo quasi più abituati e che non ci è affatto dispiaciuta.

Visto al Teatro alla Scala di Milano, il 26 aprile 2014

Les Troyens: Libretto Fotografie

Les Troyens - Trailer (Teatro alla Scala)

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