Attila, il “flagello di Dio” è un successo


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L’«Attila» di Verdi con cui ha preso il via la stagione del Comunale di Bologna non poteva essere inaugurazione migliore per il teatro, che immediatamente si è guadagnato il successo di un’edizione pienamente riuscita e festeggiatissima dal pubblicoDavide Annachini


Come già per la Giovanna d’Arco scaligera, sembra che il Verdi “di galera” si presti in questo momento alle inaugurazioni, o quantomeno a garantire un sicuro ritorno di pubblico, a patto beninteso che siano rispettate alcune particolari condizioni. Il primo Verdi non è certo minore ai grandi capolavori, soprattutto a livello esecutivo, dove le insidie vocali sono ad ogni passo e le difficoltà per far quadrare i conti a livello drammaturgico sono per un direttore e un regista spesso improbe. Un taglio teatrale spartano, una definizione psicologica dei personaggi spesso contraddittoria e sbrigativa, una scrittura vocale al limite delle possibilità (in particolare per il soprano) sono compensati in queste opere giovanili dall’impeto travolgente della musica e dalla forza teatrale, drammatica e sincera, che contribuì al successo del Verdi risorgimentale, imponendo non solo una personalità fuori dal comune ma soprattutto un nuovo modo di fare melodramma.

Attila ne è uno degli esempi più emblematici, per lo scatto incisivo della scrittura, per il bruciante taglio narrativo, per lo slancio impavido, che in quel 1846 doveva inevitabilmente infiammare i cuori patriottici del pubblico, facendolo saltare sulle sedie. E tuttora un’opera come questa non può lasciare indifferenti, amanti o meno del genere, soprattutto se l’esecuzione sposa in toto la scommessa, credendoci e buttandosi con generosità nell’impresa. In questo caso la musica riesce a svelare la sua qualità vitale e poetica, i personaggi una definizione umanissima, la storia una sua credibilità, anche se lontana dalla realtà, come ad esempio in Attila, dove “il flagello di Dio” alla fine risulta essere la vera vittima della situazione, al punto da guadagnarsi quasi la pietosa assoluzione.

A Bologna il merito maggiore è spettato a Michele Mariotti, che sempre più sta confermando di non essere solo una promessa direttoriale quanto un maestro di grande sicurezza tecnica e sensibilità espressiva, specialmente in questo repertorio, di cui sembra cogliere con grande adesione tutta la natura passionale e genuina. Il suo è un Verdi schietto ma non ostinatamente concentrato sul ritmo cabalettistico, in grado di aprirsi a grandi squarci lirici e alla cantabilità degli accompagnamenti, che spezzano la rigidità marziale con cui spesso si è soliti ascoltare questo repertorio, risolto in chiave fin troppo battagliera e impettita. La sua interpretazione ha saputo soprattutto centrare l’autentica vena verdiana, accesa e sentimentale, drammatica e struggente, con apparente naturalezza, esaltandone tutta la spontanea carica teatrale.

La direzione di Mariotti ha potuto reggere le sorti grazie anche ad una compagnia di canto per molti aspetti ottimale tra quelle possibili in circolazione, a partire dall’Attila di Ildebrando D’Arcangelo, basso di timbro suggestivo, di ottima linea di canto e di felice presenza scenica, che in un ruolo come questo deve far solo i conti con un’ampiezza vocale leggermente esigua per i fortissimi orchestrali previsti dalla partitura. Nell’ultima replica un’intuibile indisposizione l’ha costretto a lasciare il campo solo dopo il prologo al bravo Riccardo Zanellato, reduce dalla recita della sera prima, che ha raccolto un successo meritatissimo per la rispondenza al ruolo, vuoi per l’autorità vocale, sonora e vibrante, vuoi per la restituzione di un protagonista non negativo ad oltranza, ma umanamente sconfitto, come per l’appunto è Attila.

Battagliera senza titubanze nella terribile aria d’ingresso quanto delicata in quella successiva, forse ancora più insidiosa della prima, Maria José Siri è stata un’Odabella giustamente virago ma anche femminile e dibattuta d’altro lato, affermandosi come una delle interpreti più affidabili e complete di questo audacissimo ruolo. Di ottima tenuta tenorile, timbratissima, squillante e sicura, il Foresto di Fabio Sartori si è imposto come una delle rare voci verdiane del momento, in grado di riscattare in un ruolo senza troppe sfaccettature come questo la monolitica presenza scenica e certa monocorde espressività, mentre Simone Piazzola ha confermato da parte sua una delle più belle voci baritonali d’oggi, gestita con estrema bravura tecnica. Il canto legato, le mezzevoci, la facilità degli acuti, abbinati ad un timbro luminoso e levigatissimo, qui hanno forse avuto meno modo di emergere rispetto a Germont e Simon Boccanegra, ruoli più lirici di Ezio in cui Piazzola ha già offerto prove ammirevoli, non impedendogli comunque di riscuotere un successo personale vivissimo, come per gli altri esecutori, compresi orchestra e coro.

Lo spettacolo di Daniele Abbado trasportava l’opera in una dimensione senza tempo e senza spazio, trovando i suoi momenti migliori in certe atmosfere sospese, cupe e brumose, da cui i personaggi emergevano e si confondevano, mescolandosi ai gruppi di manichini sparsi sul palcoscenico. Di suggestivo impatto l’imponente scatola metallica disegnata da Gianni Carluccio, autore insieme a Daniela Cernigliaro dei costumi, pensati in chiave genericamente moderna, e anche delle luci, decisive nel restituire l’effetto sognante e straniato proposto dalla regia.

Visto al Teatro Comunale di Bologna il 31 gennaio

ATTILA
Dramma lirico in un prologo e tre atti
Musica di Giuseppe Verdi
Poesia di Temistocle Solera (con successivo intervento di Francesco Maria Piave)
Tratto da Attila re degli Unni di Zacharias Werner

Attila
Ildebrando D’Arcangelo/Riccardo Zanellato
Ezio
Simone Piazzola
Odabella
Maria Josè Siri
Foresto
Fabio Sartori
Uldino
Gianluca Floris
Leone
Antonio Di Matteo

Direttore Michele Mariotti
Regia Daniele Abbado
Scene e luci Gianni Carluccio
Costumi Gianni Carluccio, Daniela Cernigliaro
Movimenti scenici Simona Bucci
Maestro del Coro Andrea Faidutti