Una Fiera delle Vanità firmata Goldoni


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Valerio Binasco rilegge il Bugiardo di Goldoni in un’ambientazione anni ’50, ricca di echi della tradizione e suggestioni contemporanee che mette in evidenza l’acutezza dello sguardo critico del commediografo capace di tratteggiare tipologie umane universali Renato Palazzi

Alla fine de Il bugiardo tutto sembra aggiustarsi per il meglio, le coppie si ricompongono secondo l’ordine previsto dall’autore, e l’impostore che con le sue menzogne ha cercato di sovvertirle viene smascherato. Ma intanto Goldoni ha approfittato del passaggio del bugiardo cronico Lelio in quella piccola comunità di borghesi veneziani per strappare ogni velo al sistema di valori di cui essa è nutrita: i padri sono degli avidi ipocriti che decidono il destino delle figlie in base all’entità della dote portata dai futuri mariti, e in nome di questa sono pronti a rimangiarsi la parola data. Le figlie si lasciano abbindolare da promesse di benessere e di titoli nobiliari, pronte a tutto per inseguirne i vani miraggi.

E poi c’è Lelio, che non è un simpatico fanfarone, ma un’entità dai risvolti neri, con qualche tocco inquietante. Il paragone che balza all’occhio è quello con Don Giovanni, sottolineato anche dal rapporto col servo Arlecchino, che qui sembra un calco di Sganarello. Al grande libertino Lelio si avvicina non tanto per il suo gusto della conquista amorosa – che pure c’è – ma per un tratto più oscuro, vagamente maniacale: lui è un mentitore patologico tanto quanto Don Giovanni è un seduttore compulsivo. Mente per mentire, senza curarsi del fatto di poter essere immediatamente scoperto. Non mente per il piacere dell’invenzione fantastica, come sostiene, ma perché rifugiarsi in una realtà immaginaria è l’unico modo che conosce per sottrarsi al proprio disadattamento.

Nello stesso tempo, però, Lelio sembra anche essere l’unico – in una società cinica, superficiale, attenta solo ai propri interessi – a inseguire delle passioni pure, benché esistenti solo nella sua mente, in qualche modo svincolate da calcoli pratici. Quando descrive al padre – quel padre che per lui è un estraneo, che lo ha tenuto per anni irresponsabilmente lontano da sé – le circostanze avventurose del suo presunto incontro con una moglie inesistente, improvvisando dettagli sempre più romanzeschi, pare quasi sfiorare una sorta di allucinata genialità affabulatoria, che lo rende sostanzialmente più umano di tutti gli altri. E infatti, alla fine, quando il padre se lo porta via tenendolo per mano, la sua figura da disturbante che era diventa improvvisamente patetica.

Valerio Binasco affronta questa commedia dai toni sottilmente ambigui, che da un momento all’altro potrebbe scivolare verso accenni di tragedia, secondo il suo consueto stile registico e nella linea della  Popular Shakespeare Kompany, che ha prodotto lo spettacolo col Teatro Due di Parma: fa, insomma, dell’acre affresco goldoniano una sorta di terreno ideale su cui celebrare l’emblematico incontro, che egli persegue da tempo, fra le risorse della tradizione e le suggestioni di un certo teatro contemporaneo, fra il divertimento immediato e una capacità di lettura del testo più pensosa e articolata. E di questa doppia vocazione, tra consumo e ricerca, l’Elfo Puccini di Milano – che ne ha accolto alcune repliche – si è rivelato una perfetta destinazione naturale.

La vicenda, ça va sans dire, viene trasposta in un’epoca vicina alla nostra, con abiti che svariano dagli anni Cinquanta in là, più per ricavarne delle buffe macchiette che per una qualche pretesa di attualizzazione. Il tono è quello di un ameno ma graffiante chiaroscuro, con un atteggiamento apertamente derisorio nei confronti di tutti i personaggi, vecchi egoisti, giovani inetti, e soprattutto delle due ragazze, che appaiono vuote e volgarotte. Il tutto è aguzzo, efficace e un po’ furbetto come lo sono spesso le messinscene di Binasco: leggero quanto basta, cattivo quanto basta, fedele ma non troppo alla lingua goldoniana, con accenti che vanno dal napoletano al bolognese. Forse l’amara lucidità dell’autore veneziano poteva prestarsi a un approccio più nervoso.

L’eccellente resa scenica di questo Bugiardo si basa in gran parte sull’ottima prova degli attori: spiccano, su tutti, l’irresistibile Michele Di Mauro, un Pantalone comicamente autoritario, che si prende un giusto applauso a scena aperta per il pezzo di bravura in cui riassume vertiginosamente le fandonie raccontate da Lelio, e Sergio Romano, che disegna un Arlecchino molto personale, fuori dai cliché della maschera. E’ notevole, fra l’altro, l’idea di sostituire il suo costume a rombi con dei tatuaggi che gli coprono gambe e braccia. Ma funzionano egregiamente anche le esilaranti gag di Fabrizio Contri, anziano dottor Balanzoni col papillon, e Nicola Pannelli, un Brighella poeticamente ingrigito, con la barba e un cappelluccio da pensionato sulla panchina dei giardinetti.

Delle caratterizzazioni femminili si è in parte già detto: Deniz Özdŏgan ed Elena Gigliotti fanno delle due sorelle Rosaura e Beatrice delle caricature fin troppo facili. Meglio la serva di Maria Sofia Alleva. Un discorso a parte va invece riservato a Maurizio Lastrico, che nelle insolite vesti di protagonista goldoniano se la cava nel migliore dei modi: quanto più sembra volersi mostrare accattivante, tanto più il suo Lelio riesce a trasmettere una sensazione subdola, quasi di sgradevolezza fisica. E’ un effetto probabilmente voluto, costruito anche in virtù di una strana postura del corpo, sempre leggermente proteso in avanti, con l’implicita invadenza di chi è sempre pronto ad approfittare della buona fede altrui.

Visto a Milano, Teatro Elfo Puccini, fino al al 13 marzo 2016

Il bugiardo
di Carlo Goldoni
regia: Valerio Binasco
musiche originali: Arturo Annecchino
scene e cotumi: Carlo De Marinoluci: Pasquale Mari

con: Maria Sofia Alleva, Fabrizio Contri, Andrea Di Casa, Michele Di Mauro, Elena Gigliotti, Maurizio Lastrico, Deniz Özdŏgan, Nicola Pannelli, Sergio Romano, Roberto Turchetta, Simone Luglio