Marjorie Prime

Marjorie Prime


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Testo finalista al Pulitzer 2015, quello di Jordan Harrison messo in scena da Raphael Tobia Vogel con una bravissima Ivana Monti e una prova notevole di Elena Lietti sorprende non solo per i temi toccati, l’Alzheimer e il rapporto futuribile fra umano e intelligenza artificiale, ma anche per la qualità della resa teatraleMaria Grazia Gregori


Anche a teatro succedono delle sorprese, per fortuna. Al Franco Parenti Raphael Tobia Vogel presenta un testo di Jordan Harrison, Marjorie Prime, finalista al Premio Pulitzer 2015 che ci ha, per l’appunto, sorpreso. Non solo per l’interesse del tema futuribile – il rapporto fra esseri viventi e intelligenze artificiali –, ma anche per la resa teatrale dello spettacolo che ci è stato proposto. Vorrei, per una volta, prima di raccontare quello che succede in palcoscenico, dire come è stato rappresentato. Avevo già visto i precedenti spettacoli di Raphael Tobia e li avevo trovati interessanti, in primis per i temi scelti e poi per quel modo generoso, sorretto dalla volontà di fare la cosa giusta, a favore del testo, di metterlo in scena, di scegliere gli attori e di dirigerli.

In Marjorie Prime Vogel ha fatto un bel salto di maturità e di sensibilità, non prendendo in alcuna considerazione – almeno così a me pare – la via più facile, di volere fare a tutti i costi qualcosa di “strano”, ma è rimasto legato a un testo di cui ha saputo mettere bene in luce l’angosciosa profondità, l’incapacità di parlarsi, di andare fino in fondo, le gelosie fra i personaggi. Guidando gli attori sul crinale – difficile – che racconta la disperazione, il non capirsi, di sapere vivere quel che c’è o quel che resta.

Marjorie, la donna del titolo, vive un vita come sospesa, dai ricordi confusi, dai confini incerti come le persone malate di Alzheimer. Nella scena che rappresenta un soggiorno, con una grande finestra dove passano le immagini del paesaggio di fuori, il centro è lei, seduta su di una poltrona quasi sempre in penombra ma illuminata ogni volta che parla e allora è come racchiusa in un fascio di luce. Non sappiamo, all’inizio, quando ci sarà il suo passaggio verso il mondo dei morti, ma lo sentiamo lì presente, e intanto Marjorie dialoga innanzi tutto con sua figlia che insegue i ricordi della madre, andando alla ricerca di vecchie foto, per cercare di fermare la fine definitiva della sua mente e della sua vita. La casa ha altri due abitanti: il marito della figlia e una copia digitale e ringiovanita del marito della protagonista, morto anni prima, con il quale dialoga a lungo. L’enigma è quello che lei riuscirà a ricordare anche se sul passato può anche correggere la figlia, ma inquietante rischia di essere per tutti e non solo per lei il rapporto con l’intelligenza artificiale. E c’è questo povero marito che cerca di trattenere la moglie, figlia della protagonista, nella vita, nelle cose di tutti i giorni mentre lei sprofonda sempre più giù, lontana da tutto e tutti fuorché da sua madre che nel frattempo è morta (ma forse lo era già quando la storia ha inizio?). E quando accetta di partire per un viaggio con il marito lo fa con il preciso intento di morire, per poi riprendere nell’aldilà il filo che l’ha legata alla madre per tutta la vita.

I dialoghi fra Marjorie e sua figlia sono bellissimi, e anche il rapporto che c’è fra di loro è fortissimo. Merito delle due attrici: una ritrovata, bravissima, sensibilissima Ivana Monti e una notevole Elena Lietti che è la figlia. E bravi sono anche Pietro Micci e Francesco Sferrazza Papa. Tutti in parte e tutti assai ben diretti dal regista e tutti applauditi.

Visto al Teatro Franco Parenti di Milano. Repliche fino al 17 novembre 2019

Marjorie Prime
di Jordan Harrison
traduzione Matteo Colombo
regia Raphael Tobia Vogel
con Ivana Monti, Elena Lietti, Pietro Micci, Francesco Sferrazza Papa
scene Marco Cristini
luci Paolo Casati
costumi Sasha Nikolaeva
video Cristina Crippa

assistente alla regia Beatrice Cazzaro
assistente scenografa Katarina Stancic
direttore di scena Mattia Fontana
elettricista Paolo Casati
fonico Davide Marletta
sarta Caterina Airoldi
scene costruite presso il laboratorio del Teatro Franco Parenti
costumi realizzati presso la sartoria del Teatro Franco Parenti diretta da Simona Dondoni
produzione Teatro Franco Parenti