A prosecuzione del Ring scaligero, Die Walküre ha riconfermato le stesse luci e ombre di Das Rheingold nell’entusiasmante direzione di Alexander Soddy e nella regia non convincente di David McVicar. Davide Annachini
Prima giornata del Ring wagneriano programmato dal Teatro alla Scala di Milano nel biennio 2024-2026, Die Walküre ha riproposto in coerenza lo stile registico ed esecutivo già riscontrato nel prologo di Das Rheingold, originariamente affidato come si ricorderà alla straordinaria bacchetta di Christian Thielemann e passato – dopo il forfait del direttore tedesco – alla doppia conduzione di Simone Young e Alexander Soddy. E’ stato proprio il direttore britannico a raccogliere ancora una volta il maggiore successo di questa produzione, nell’imporsi come interprete tra i più interessanti delle nuove leve sulla scia del suo folgorante successo internazionale, che avrà modo di consolidarsi in Italia anche al prossimo Maggio Musicale Fiorentino con Strauss e Verdi (Salome, Macbeth) e di nuovo alla Scala con Wagner e Mozart (Siegfried, Così fan tutte). Sicuramente il gesto sicuro e incisivo, il lucido disegno interpretativo, la capacità di ottenere una risposta strumentalmente smagliante dall’orchestra scaligera hanno confermato un direttore di gran lunga più consumato rispetto alla sua età (42 anni) e a una carriera a malapena ventennale, iniziata per altro come assistente della stessa Young. Soprattutto in questa seconda performance scaligera hanno colpito in Soddy la grande duttilità tecnica e la sensibilità nel gestire il rapporto fossa-palcoscenico, dove le voci sono risultate talvolta impari rispetto alla monumentalità orchestrale della partitura wagneriana, cosa per altro comune ai giorni nostri.
In rapporto a un cast funzionale ma in più parti discontinuo, il direttore di Oxford ha saputo dosare con grande attenzione il sostegno ai momenti vocali con accompagnamenti leggeri, sommessi, quasi intimisti, lasciando poi sfogo ai pieni orchestrali, infiammati e risolutivi, negli appuntamenti più celebri dell’opera, come la travolgente cavalcata delle Valchirie o la magica conclusione dell’incantesimo del fuoco. Quindi è stata la sua una lettura dai risvolti privati nei lunghi monologhi e duetti, tesi a sottolineare non tanto l’aspetto epico delle divinità quanto la loro fragilità psicologica molto prossima a quella umana, ma in grado al tempo stesso di folgorare ed esplodere in quelli più clamorosamente sovrannaturali, che hanno elettrizzato orchestra e pubblico.
Il successo di questa Die Walküre – come già per Das Rheingold – è stato tutto suo, anche perché la compagnia di canto presentava come si è detto ombre e luci. Sicuramente il Wotan di Michael Volle ha garantito il giusto peso e autorità al personaggio, nonostante la vocalità un po’ stanca e talvolta quasi prossima al parlato più che al declamato in certi assoli, come la Brünnhilde di Camilla Nylund ha onorato gli acuti dell’”Hojotoho” e tutto il terzo atto con slancio e intensità vocale, spesso tagliente ma nel complesso efficace. Meno interessante invece la Sieglinde di Elza van den Heever, alquanto aspra e monocorde per restituire la figura più appassionata e femminile dell’opera, mentre Klaus Florian Vogt è stato come Siegmund un heldentenor dei nostri giorni, tendenzialmente lirico e piacevolmente limpido ma solo nella fascia medioalta della voce, piuttosto fioca invece nel centro-grave. Okka von der Damerau ha restituito una Fricka robusta e scolpita, Günther Groissböck un Hunding tendenzialmente ruvido e, nella celebre cavalcata, le otto Valchirie hanno trovato il loro grido di guerra nelle svettanti voci di Caroline Wenborne, Olga Bezsmertna, Stephanie Houtzeel, Freya Apffelstaedt, Kathleen O’Mara, Virginie Verrez, Egle Wyss, Eva Vogel.
Se poco aveva convinto lo spettacolo d’apertura del Ring scaligero, non si può dire che con questa Die Walküre l’impatto sia stato diverso: la messinscena a firma del pur bravo David McVicar (autore delle scene insieme a Hannah Postlethwaite e con i costumi di Emma Kingsbury, le luci di David Finn, le videoproiezioni di Katy Tucker, la coreografia di Gareth Mole, le arti marziali e circensi di David Greeves) non è riuscita a trovare una cifra veramente illuminante e visionaria, come nel passato lo erano state a modo loro quelle di Ronconi, di Chereau, di Pier’Alli, de La Fura dels Baus, restando ancorata da un lato a certi cliché di tradizione (soprattutto nei costumi) e sfiorando dall’altro il ridicolo in una ricerca di astrazione tutt’altro che riuscita, come nel caso dei cavalli in tubolari metallici, azionati da acrobati su trampoli elastici, che davvero a fatica riuscivano a sintonizzarsi idealmente con la musica ispiratissima di Wagner.
Visto al Teatro alla Scala di Milano il 23 febbraio
(foto Brescia e Amisano © Teatro alla Scala)