Falstaff

Falstaff, mistero irrisolto

La nuova produzione dello Stabile torinese vantava premesse più che allettanti, a partire dalla regia di Andrea De Rosa, passando per la traduzione di Nadia Fusini e l’interpretazione di Giuseppe Battiston. Ma qualcosa, a partire dal copione, non ha funzionato – Maria Grazia Gregori

Fra i molti, celebri personaggi shakespeariani, Falstaff resta uno dei più misteriosi forse perché non c’è un testo che porti il suo nome nel titolo anzi gli tocca essere diviso a metà fra l’Enrico IV e l’Enrico V con un’appendice nelle Allegre comari di Windsor e per diventare un protagonista assoluto dovrà aspettare la genialità dell’ultimo Verdi. Anche per questo Falstaff di Andrea De Rosa che ha inaugurato la stagione di prosa del Teatro Stabile di Torino poteva essere un’occasione per andare oltre, ricco com’è di parecchie novità drammaturgiche, costruito attorno al desiderio di mettere in comunicazione il mondo di Shakespeare con la nostra contemporaneità, complici la ficcante traduzione di Nadia Fusini, gli inserimenti drammaturgici tratti dal libretto di Arrigo Boito per Verdi, da Così parlò Zarathustra di Nietzsche, dalla celeberrima Lettera al padre di Kafka fino alla sceneggiatura di Gus Van Sant per Belli e dannati. A sostenere questa aspettativa contribuivano non poco anche la nota, curiosa intelligenza del regista e la notorietà e la bravura di Giuseppe Battiston, spinto a confrontarsi idealmente con enormi interpreti del calibro di Orson Welles.

Qualcosa però sembra non avere funzionato a partire dal copione che così intrigante e ricco di spunti alla lettura, non sembra trovare il giusto amalgama con il linguaggio del palcoscenico come se le sue ragioni, le grandi domande che si pone, quel rapporto a molte facce che unisce il principe ereditario a Falstaff, così simile a una tenace richiesta di affetto da parte di chi si sente privo della figura paterna e crede di trovare nell’uomo che predica il piacere, la voglia di fare bisboccia, il valore imprescindibile di una comunità, quella del gruppo, superiore sempre ai legami dei singoli, alla verifica del palcoscenico non trovassero nel linguaggio scenico fatto di corpi, movimenti, musica, interpretazione, intrecci immediatamente riconoscibili, la loro necessaria, imprescindibile epifania. Peccato.

Nella scena semicircolare di Simone Mannino (suoi anche i costumi), all’inizio ecco apparire in alto, in controluce, fra grandi tende e cuscini pronti a essere srotolati per costruire i diversi luoghi dell’azione, tutti i personaggi dell’allegra brigata. Il primo a venire giù al proscenio, è lui, Falstaff, un Giuseppe Battiston nerovestito e smagrito, pronto a prendersi il centro dello spettacolo nel suo doppio ruolo (è anche Enrico IV, padre dello scapestrato principe Hal, bene interpretato da Andrea Sorrentino) di tessitore di false speranze e di inganni, ma allo stesso tempo anche di affetti. Un Falstaff “giovane” rispetto all’iconografia consolidata, molto umano, preso di tanto in tanto dal rimpianto del ricordo di quando era “un paggio del duca di Norfolk, sottile, sottile”, il cui enorme ventre in realtà è una protesi da indossare come una specie d’armatura non solo protettiva perché, si sa, “il corpo è più importante dell’anima”. Tanto che alla fine si prenderà tutta la scena con una specie di sipario dove è disegnata una grande maschera quasi demoniaca di Falstaff come se dalla sua bocca beffardamente semiaperta ci dicesse che si, è lui l’origine di tutto. E del resto anche gli altri personaggi (li interpretano Gennaro Di Colandrea, Giovanni Ludeno, Martina Polla, Annamaria Troisi, Marco Vergani) hanno qualcosa che li rende in qualche modo esagerati a partire dal trucco, da un paio di specchianti occhiali blu, dalla nudità espressa magari come una maschera lì, nelle taverne malfamate ma con Ostesse sagge (Elisabetta Valgoj). In una specie di terra di nessuno, seduto a un tavolo c’è un Giudice Supremo che parla al microfono – ideale cesura fra il mondo di prima e il mondo di dopo, quando Hal diventerà EnricoV -, personaggio centrale che Giovanni Franzoni sa trasformare in una parlante, cattiva coscienza, in un narratore beffardo delle gesta del prima e del dopo.

Visto al Teatro Carignano di Torino. Repliche fino al 2 novembre 2014

Falstaff
da Enrico IVEnrico V
di William Shakespeare
traduzione Nadia Fusini
con Giuseppe Battiston, Gennaro Di Colandrea, Giovanni Franzoni, Giovanni Ludeno, Martina Polla, Andrea Sorrentino, Annamaria Troisi, Elisabetta Valgoi, Marco Vergani
adattamento e regia Andrea De Rosa
scene e costumi Simone Mannino
luci Pasquale Mari
suono Hubert Westkemper
movimenti scenici Francesco Manetti