Il capolavoro di Gluck ha inaugurato la stagione del Regio di Parma con un’edizione memorabile, grazie allo straordinario Orfeo di Carlo Vistoli e alla lettura psicologicamente avvincente della regista Shirin Neshat. Davide Annachini
Il Teatro Regio di Parma non poteva iniziare meglio la sua stagione lirica, con una nuova produzione dell’Orfeo ed Euridice di Gluck che per la felice simbiosi tra esecuzione musicale e regia si è segnalata come uno degli spettacoli più interessanti degli ultimi tempi. L’intuizione del direttore artistico Alessio Vlad di affidare la messinscena a un’artista poliedrica nel campo della fotografia e della video art come l’iraniana Shirin Neshat è risultata decisiva, nonostante il suo unico precedente in campo operistico – Aida a Salisburgo, nel 2017 – non avesse raccolto consensi unanimi. Vincente è stata la scelta di affidarle un’opera come Orfeo, che per la cifra surreale più che al mito si prestava ad una lettura psicologica, tale da anteporre al leggendario viaggio nei Campi Elisi quello nell’anima e nel vissuto del protagonista.
Con il contributo della drammaturga Yvonne Gebauer, dello scenografo Heike Vollmer, della costumista Katharina Schlipf (luci di Valerio Tiberi, coreografia di Claudia Greco, direttore della fotografia Rodin Hamidi), la Neshat ha creato uno spettacolo ricco di atmosfere e suggestioni, volte non solo a narrare una trama ma soprattutto a dare immagine ai mille interrogativi di Orfeo, uomo destinato all’infelicità per propria natura, ancor più che per le vicende personali. Di conseguenza la storia creata dalla regista – che nelle coinvolgenti proiezioni iniziali trasportava il testo di Calzabigi nel dramma di una coppia incapace di sopravvivere al dolore della perdita del figlio, con il conseguente suicidio di Euridice ma ancor prima con l’insuperabile incomunicabilità tra i due – si dipanava in continue allucinazioni dell’uomo alla ricerca della sua donna, ma in definitiva alla ricerca soprattutto di se stesso. E, una volta riportata in vita Euridice, a lei e ad Orfeo non spettava nemmeno la felicità, perché la realtà quotidiana riportava entrambi al dramma iniziale e al vuoto esistenziale lasciato dal lutto e dalla mancata solidarietà coniugale.
In un’interpretazione coraggiosa ma assolutamente intrigante e coerente, altalenante tra l’onirico e l’incubo, lo spettacolo – in coproduzione con ITeatri di Reggio Emilia – ha trovato la sua forza non solo nella bellezza delle immagini e nell’intensità della narrazione ma anche nella perfetta adesione alla componente musicale, a partire dal superbo lavoro effettuato sulla recitazione dei cantanti, tutti incredibilmente nella parte. Straordinario sotto questo aspetto si è rivelato Carlo Vistoli, protagonista davvero completo ed emozionante nella restituzione di un Orfeo profondamente umano, dilaniato dalle angosce esistenziali e psicologiche quanto abbandonato al canto come alla ricerca di una catartica sopravvivenza. Difficile scindere nel suo caso la passione dell’interprete – sempre autentico, misurato, suggestivo – dall’estrema qualità del cantante, che del controtenore supera tutte le spigolosità d’emissione, con un’omogeneità, una morbidezza, una duttilità coloristica tali da farci dimenticare l’artificio tecnico per ammirare un canto purissimo e ancor più autenticamente poetico. Se “Che farò senza Euridice” è risultato l’apice di un dolore intimamente disperato è perché tutto il resto della sua interpretazione si è sviluppato in un epidermico crescendo espressivo, profondamente vissuto e coerente nelle intenzioni. Gli hanno fatto da spalla la commovente Euridice di Francesca Pia Vitale, ottima sotto il profilo vocale e ancor più sotto quello scenico, intensamente partecipato, e l’Amore di Theodora Raftis, dal timbro forse un po’ arido ma intonato a restituire un angelo asessuato, impotente deus ex machina di una storia destinata a non trovare lieto fine.
L’edizione si è segnalata per la risposta accurata dei complessi parmigiani, con il Coro del Regio – preparato da Martino Faggiani – in gran forma e così pure la Filarmonica Arturo Toscanini, che vedeva al podio uno specialista del repertorio barocco come Fabio Biondi. L’attenzione agli interventi strumentali, alla proprietà delle cadenze, alla luminosità del colore orchestrale ha garantito a questo Orfeo la sublime qualità della versione originale di Vienna (1762) – più essenziale e compatta rispetto alla successiva di Parigi – grazie alla direzione di Biondi, incline forse a una lettura più olimpica che drammatica, senza per questo apparire distaccata dall’incisivo disegno drammaturgico dello spettacolo.
Vivissimo il successo di pubblico, con punte di entusiasmo per Vistoli.
Visto al Teatro Regio di Parma il 25 gennaio
(foto Roberto Ricci)
















