L’ultima opera verdiana è andata in scena al Filarmonico di Verona, a un anno dal Falstaff di Salieri, in un’applaudita edizione dominata dai mattatori Marco Filippo Romano e Luca Micheletti. Davide Annachini
Dopo il raro Falstaff di Salieri dell’anno scorso, la Fondazione Arena di Verona ha scelto il celeberrimo Falstaff di Verdi per chiudere la prima parentesi di stagione al Teatro Filarmonico, in attesa del festival all’aperto. Si è trattata di una produzione particolarmente riuscita, che viveva soprattutto sull’accattivante messinscena (un allestimento del 2017 proveniente dal Teatro Regio di Parma) e su una compagnia perfettamente assortita, in grado di reggere da cima a fondo la complessità dell’ultima opera verdiana, così difficile da centrare e da restituire con ritmo, levità ma anche profondità.
Il merito maggiore in questo senso spettava alla regia di Jacopo Spirei (scene di Nikolaus Webern, costumi di Silvia Aymonino, luci di Fiammetta Baldiserri), che trasportando il soggetto scespiriano ai nostri giorni – in una Windsor di quartiere dai palazzi sghembi e dagli abitanti dichiaratamente coatti (per tutti Nannetta in versione punk e Fenton dal look hipster, con tanto di kilt) – non tradiva in definitiva lo spirito della commedia né la psicologia dei personaggi, che nei rapporti di coppia e generazionali manteneva una sua coerenza con quelli di Boito. Soprattutto il personaggio di Falstaff, troppo spesso sconfinante nella caricatura, ha trovato qui una definizione del tutto calzante, giustamente in bilico tra ottuso narcisismo e bonaria autoironia, tra gravità pseudofilosofica e sorridente realismo. Ma ogni personaggio è stato sbalzato a livello attoriale con una personalità tutta sua e allo stesso come parte di un ingranaggio scenico vitalissimo.
Il lavoro di fino sulla recitazione ha trovato campo fertile soprattutto nei due baritoni che costituivano la punta di diamante del cast. Da un lato Marco Filippo Romano si è confermato tra i migliori esponenti attuali di una comicità stilizzata e sottile, fatta di una gestualità essenziale quanto eloquente e di un canto filtrato negli accenti e nei colori. Il suo Falstaff, solare ma anche amaro, più giocato sulla parola cantata che sull’impatto vocale – forse non tonante in zona acuta ma pur sempre sorvegliato nell’emissione -, ha delineato un protagonista veramente a tutto tondo, sul quale riflettere ancor più che sorridere. Dall’altro lato il Ford di Luca Micheletti è risultato impagabile per la nota qualità timbrica, che in qui si è sposata a un peso vocale decisamente più intonato rispetto ad altri ruoli verdiani, insieme alle capacità attoriali di sempre, studiatissime nel gesto e nella mimica al fine di restituire un personaggio un po’ tronfio nella sua onorabilità quanto dilaniato dai dubbi di poterla perdere nell’avvertire odore di corna. Il resto della compagnia ha funzionato altrettanto bene, anche se più nel contorno, a partire dall’Alice di solida limpidezza vocale di Marta Mari, dalla Quickly dall’autentico registro di contralto e dalla sottile malizia espressiva di Anna Maria Chiuri, dalla Nannetta un po’ puntuta ma capace di suggestivi pianissimi in acuto di Vittoriana De Amicis, dal Fenton di schietto slancio tenorile di Marco Ciaponi, per arrivare alla vivace Meg di Marianna Mappa, ai pittoreschi Bardolfo e Pistola dei bravissimi Matteo Macchioni e Mariano Buccino, all’inamidato Cajus di Blagoj Nacoski.
La direzione di Giuseppe Grazioli ha tenuto le fila dell’intera esecuzione con buon equilibrio e attenzione ai particolari espressivi, grazie anche al contributo al solito validissimo dell’Orchestra e del Coro della Fondazione Arena, quest’ultimo preparato ottimamente da Roberto Gabbiani.
Tanto pubblico e tanto successo ancora all’ultima replica, con applausi per tutti gli interpreti.
Visto al Teatro Filarmonico di Verona il 29 marzo.
















