Cosa resterà di questa estate in danza? Parte 3

Continua la riflessione suggerita dalla conclusa estate di danza in Italia. Un’estate caratterizzata dalla presenza/assenza di un’icona ballettistica, il Cigno, variamente reinterpretato.Silvia Poletti

L’estate appena archiviata, ancora in regime covid, ha avuto comunque proprio nei festival il suo polo d’attrazione e attenzione. Divertente la sofisticata diatriba che ha visto la scelta di Bolzano Danza (ma non solo) di recuperare un leitmotive tematico -come la rilettura di iconici titoli del repertorio- come qualcosa di passatista. Piuttosto, diremmo, l’idea ci è sembrata molto in sintonia con quello che sta succedendo sulle scene internazionali oggi (e che il lockdown, con l’invasione video di ballerini in tinelli e cucine a evocare l’iconico Cigno) e del resto sonda la creatività, originalità, cultura e invenzione dei nuovi autori chiamati a queste operazioni. Ma non solo: anche lo spirito imprenditoriale e manageriale di alcuni (alcuni nostri manager dovrebbero prendere spunto). Certo, bisogna masticare molto bene la materia, conoscerla fin nelle recondite cause e a 360°. Come Eric Gauthier, il coreografo canadese direttore dell’omonima compagnia- associata per tre anni proprio al festival altoatesino- che ha saputo creativamente sfruttare uno spunto – reinterpretare l’assolo La Morte del Cigno- affidando a sedici coreografi di oggi ( tra neoclassicisti e avant-garde) i suoi sedici danzatori, sedici video-makers e sedici compositori. Un progetto creativo davvero articolato e con risultati notevoli ( non a caso ha vinto due premi alla 58 edizione del Golden Prague International Television Festival)  che ha avuto anche sua intelligente e divertente versione live (che abbiamo visto a Bolzano), con alcuni soli eseguiti appunto dal vivo, altri in schermo, Polina Semionova e Diana Vishneva spiegarci quale è il senso del mitico assolo nella storia della danza e noi stessi sperimentare, guidati dallo stesso Gauthier, il celebre port de bras e le diverse riscritture sul nostro stesso corpo. A proposito di serio audience development questo Dying Swan Live Project andrebbe studiato attentamente.

Avrebbero dovuto farlo, sicuramente, anche gli ideatori del progetto omologo Swans Never Die (tra cui docenti universitari e direttori di storiche manifestazioni di danza contemporanea) che partendo ancora una volta del simbolico assolo del 1905 hanno chiesto a vari autori – di nazionalità estetiche e linguaggi diversi -di ‘rivisitare la memoria’ e di ripensare oggi il significato della Morte del Cigno. La rete di collaboratori-coproduttori al progetto ha visto una serie di istituzioni e festival italiani aderire all’idea, della quale ciascuno ha preso spunti ma ha mantenuto libertà di commissionare brani ad autori di riferimento oppure assemblare a patchwork alcuni brani. Per esempio Bolzano Danza ha scelto di incastonare, all’interno della programmazione ufficiale in una logica di rimandi evidenti, alcuni assoli creati appositamente, tra cui il fulminante Swan Blast di Olivier Dubois (del cui preludio, tra le strade cittadine, alcune immagini abbelliscono questi pezzi: sagace, ironico e allo stesso tempo intriso di amore per la tradizione). Ma altri hanno assemblato i piccoli pezzi, senza una cornice comune alcuna, senza esplicitare il riferimento tematico e culturale, come è successo per la serata in cartellone a Fabbrica Europa, a Firenze. Quale dunque il senso dell’operazione? Molti gli italiani, coreografi contemporanei e esponenti della performance (come Chiara Bersani) hanno partecipato all’iniziativa, rivendicando la totale libertà di aderire o meno al riferimento. I curatori hanno dato carta bianca, ma non hanno vegliato comunque accuratamente (…) alla realizzazione dei vari pezzi. In un caso, per esempio, l’idea e lo ‘sviluppo’ erano identici a quelli di un vecchio lavoro di Emanuel Gat. Curatori più accorti avrebbero dovuto far capire ai loro giovani interlocutori che tra ‘citazione’ e ‘plagio’ il limite è labile e il terreno sdruccioloso. Per il resto la totale libertà rivendicata dai nuovi creatori -che li ha portati lontanissimi dal tema- ha fatto sì che si valutassero per la loro, per lo più, esile qualità autoriale. ( 3.continua)

La foto di apertura di Andrea Macchia è del servizio fotografico dedicato a Swan Blast di Olivier Dubois ( Bolzano Danza)

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