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Dentro la Riforma. Scena Verticale: “Saremo costretti a essere ‘rassicuranti’ per riempire le sale”?


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Settimio Pisano, amministratore della compagnia calabrese che organizza anche il festival Primavera dei Teatri a Castrovillari, è perplesso da alcune innovazioni contenute nel Decreto. Dopo l’articolo di Renato Palazzi e gli interventi di Elio De Capitani, Marco Martinelli, Gigi Cristoforetti, Deflorian-Tagliarini, le domande in attesa di risposta di una compagnia del “Nuovo Teatro” espressione di un territorio ben connotato – Puntata 6

Forse è ancora presto per dire quanto questa riforma cambierà il sistema teatrale italiano e se lo cambierà in meglio o in peggio. O forse è già tutto scritto tra le righe del Decreto. Dalla nostra angolazione, quella di una compagnia ancorata al territorio ma con una forte proiezione nazionale e che fa di questa duplice vocazione la propria forza, avvertiamo qualche inquietudine e ci poniamo alcune domande.

Questo modo di intendere e fare teatro, tra stanzialità e nomadismo, che è quello di tante compagnie indipendenti che rappresentano l’ossatura del sistema, che futuro avrà in questo schema dei grandi numeri? La riforma favorirà lo sdoganamento del loro lavoro e l’inserimento nelle programmazioni dei Teatri Nazionali e dei Tric? O invece l’eccessiva stanzialità alla quale questi teatri saranno obbligati ridurrà i margini di circuitazione per le compagnie? Questa riforma può dare un senso al continuo affannarsi, affogarsi, affamarsi per far resistere i nostri piccoli avamposti, riconoscendo anche tutta l’attività che da anni viene portata avanti sui territori, premiando alcune “missioni periferiche”?

Il timore è che ci possano essere delle difficoltà per le compagnie indipendenti, costrette a fare di più in un contesto più ostile. La scomparsa del concetto di funzione pubblica da una parte, e dall’altra la necessità per i Nazionali e i Tric di far tornare i conti confrontandosi con i nuovi parametri della stanzialità, potrebbero aggravare la malattia di un sistema e di un mercato in cui è già difficile trovare un confine tra pubblico e privato e spingere ancor di più verso l’omologazione delle programmazioni? Il “nuovo teatro”, in questa situazione, potrebbe essere ancora più emarginato e sempre più costretto a una lotta impari con i grandi nomi della tv e i grandi titoli della prosa tradizionale, “rasserenanti” per gli spettatori e quindi “sicuri” per i direttori costretti a riempire le sale?

Queste le preoccupazioni sulla carta. Ma bisognerà forse aspettare che il quadro dei riconoscimenti e delle assegnazioni sia completo e che il sistema si rimetta in moto per capire davvero dove stiamo andando.

Fine Puntata 6 (continua)
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