Biennale danza in una Venezia da vertigine


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Si conclude il triennio di direzione della sezione danza della Biennale a cura di Virgilio Sieni. Che se possibile consolida la sua idea di danza democratica e diffusa, capace di impossessarsi della città – Silvia Poletti

Un anno di distanza e a Venezia, per Biennale Danza (questa volta solo College, con l’esito dei laboratori coreografici, salvo la presenza adamantina di Anne Teresa De Keersmaeker, Leone d’Oro alla carriera 2015), siamo ripresi dalla stessa vertigine. In una circumnavigazione della mappa urbana che ci porta a dominare la laguna dalla terrazza del Conservatorio Benedetto Marcello, oppure affiancare la Fenice di Xu Bing negli androni dell’Arsenale mentre scende la sera e saettano i fulmini di un improvviso temporale, gli scorci malandrini di questo luogo letteralmente incantevole congiurano nel farci prendere dalla fascinazione dell’evento. Se poi in questi spazi sospesi nel tempo si inseriscono gesti danzanti, di per sé elusivi e quindi ancor più misteriosi (per usare un termine caro al direttore della sezione danza della Biennale, Virgilio Sieni) il gioco è fatto.

Del resto, si era già detto in occasione del Festival 2014, l’impostazione di Sieni è chiara e rigorosa nella sua concezione democratica, trasversale e architettonica della danza: prendere o lasciare, scrivevamo; ma se si prende si deve prendere in toto. Giudizio che confermiamo, anche se, visto che quest’anno abbiamo assistito soprattutto all’esito di workshop e laboratori – suddivisi per tipologia di partecipanti (bambini, giovani, studenti, professionisti, amateurs) per diciassette coreografi  stranieri e italiani di varie generazioni e ‘poetiche’, inevitabilmente si deve  tener conto anche dell’effettivo risultato e intravedere un senso ‘formativo’ a certe pratiche – per usare un altro termine in voga attualmente. La sfida agli autori, sottintesa, era inoltre anche nel far sì che se ne riconoscesse la loro ‘autorialità’ appunto, pur nel lasso di una breve performance.

Nel serratissimo percorso che abbiamo seguito nella giornata veneziana di sabato 27 giugno ci siamo imbattuti in molti segni autoriali, alcuni poetici – come quello inconfondibile del catalano Cesc Gelabert, punta di diamante della movida coreografica spagnola anni ’80, che in Campo Sant’Angelo si concentra sul tocco delle mani trasmettitrici di emozioni per una danza lieve e tenera, espressiva; altri ‘anatomici’ – Alessandro Sciarroni ora impegnato a indagare a lungo sul concetto del ‘giro’ (altri step in arrivo al Maxxi ) e impone letteralmente un ‘tour de force’  alle sue interpreti; altri ancora concettuali (ma se Dio vuole con l’ironia gioconda della dissacrazione) – Francesca Pennini di Collettivo Cinetico che applica le regole di un videogame e lo sfizio dell’ ‘e se…’ alla metodologia coreografica (restiamo comunque in attesa di capire cosa questa intelligente creatrice vorrà fare da grande). Ma, come dicevamo, ci siamo imbattuti anche – e forse soprattutto – in una genericità performativa da confonderci: chi vediamo sono amateurs, sono allievi, sono professionisti? Nel caso due e tre non si può allora che essere davvero preoccupati del livello generalmente basso di chi ha avuto accesso ai laboratori e dell’efficacia reale delle modalità di studio – inevitabilmente brevi e comunque finalizzate al ‘saggio’ finale.

Come definire per esempio il ‘rendering’ delle quattro interpreti di Gravities di Laurent Chétouane in cui il gioco sul peso – fulcro della pièce – sembra solo abbozzato, casuale, privo di consapevolezza fisica? E allora si consenta di dire che spicca per intelligenza, cultura, sagacia, divertimento, spettacolarità Roman photo di Boris Charmatz e Olivia Grandville per dodici interpreti – un crossover di età, fisici, formazione – in omaggio al genio di Merce Cunningham che per primo liberò spazi e corpi dalle regole auree antiche. In proscenio Olivia sfoglia il libro cult di David Vaughan che raccoglie dati e foto di cinquant’anni di creatività: in scena foto iconiche si animano in pose che si sfaldano in citazioni di lavori topici di Merce. C’è una gioiosità contagiosa in scena in un rutilare di uscite, entrate, sequenze estrapolate da brani cult: qui alto e basso si sposano con grande intelligenza; non si tende ad appiattire, ma se mai a proiettare in alto, facendo fattivamente sperimentare i performers (oltre che il pubblico) del senso profondo di un pensiero coreografico strutturato e organico, allo stesso tempo contestualizzando anche il presente e il senso del progetto di Sieni nella prospettiva artistica che parte proprio dalla rivoluzione cunninghamiana.

O in altro modo, anche se qui si tratta di una creazione originale, brillano i sette deliziosi danzatori under 13 già ben impostati al contemporaneo (provengono da scuole marchigiane) e guidati da Michele Di Stefano che fanno deflagrare la loro pulita, smagliante energia in linee, giri, disarticolazioni, saette di movimento dopo una prima misteriosa parte in cui avvolti da strani velari sono solo sagome di fantasmi o stalattiti, chissà.

Insomma il nodo è sempre il solito ed il monito ‘monotono’, anche solo a pensare che anche quarant’anni fa Venezia era invasa dalla danza – ma di grandi artisti che dialogavano con gli spettatori. Basta del resto rivedere in scena Anne Teresa De Keersmaeker, con l’ottima Tale Dolven nel fondante Fase (1982) da cui partì il complesso, articolato, ricco percorso coreografico della coreografa fiamminga. Un saggio di scrittura, ma anche di sapienza del corpo; di logica e di tenuta fisica, di dialettica tra corpo e spazio e di raccordo danza e musica nelle linee tese di un corpo che non si disumanizza mai, eppure diventa segno nello spazio, traduzione fisica di una concezione musicale, sintesi di una idea di danza.

Sieni non fa mistero di ritenere PARTS, la scuola fondata proprio da De Keersmaeker, il miglior centro per la formazione della danza contemporanea d’Europa. Nell’impostazione di Biennale College e non solo è evidente l’ispirazione. Ora ci vuole il passo ulteriore: quello veramente costruttivo. Per l’evoluzione di una filosofia artistica che non può prescindere dai fondamentali. Se succederà a Venezia dove Sieni ha chiuso il suo triennio di direzione (ma ha buone probabilità di restare) o nel neonominato Centro di Produzione della Danza CanGo, questo resta da vedere.

Hanno partecipato a Biennale Danza College: Laurent Chétouane, Alessandro Sciarroni. Collettivo Cinetico/Francesca Pennini, Yasmine Hugonnet, Annamaria Ajmone, Emanuel Gat, Boris Charmatz e Olivia Grandville, Xavier Le Roy e Scarlet Yu, Claudia Castellucci, Cesc Gelabert, Radhouane El Meddeb, Salva Sanchis, Virgilio Sieni, Sharon Fridman, Marina Giovannini, Michele Di Stefano.

Fase, A.T. De Keersmaeker e Tale Dolven foto Anne Van Aerschot

Fase, A.T. De Keersmaeker e Tale Dolven foto Anne Van Aerschot