Per la prima volta sulle scene del Teatro Filarmonico di Verona, Il Turco in Italia si riconferma opera irresistibile di un Rossini geniale, grazie a un’esecuzione e a uno spettacolo vincenti. Davide Annachini
Per quanto entrato in repertorio già dagli anni ’50 – quindi ben prima della Rossini-Renaissance – Il Turco in Italia non era ancora stato rappresentato in epoca moderna a Verona, dove per altro anche nell’Ottocento se ne contavano solo due edizioni. Ci ha pensato una rossiniana di ferro come Cecilia Gasdia, Sovrintendente della Fondazione Arena di Verona, a portarlo sulle scene del Teatro Filarmonico, con un’edizione di sicuro vincente e godibilissima.
Se oggi la critica e il pubblico la considerano opera degna di stare allo stesso livello dei capolavori comici del Pesarese – come L’Italiana in Algeri, Il barbiere di Siviglia e La Cenerentola – il Turco non conobbe un’accoglienza fortunata alla prima scaligera del 1814, ma recuperò nei favori del pubblico sino a metà Ottocento, quando, con l’affermazione del melodramma romantico e poi verista, un autore come Rossini cominciò a risultare troppo slegato dalla realtà e anche dalla vocalità non più belcantistica dei cantanti. Furono le leggendarie riprese nel nome della Callas, di Gavazzeni, di Zeffirelli a riesumare dopo un secolo non solo un’opera deliziosa ma un autentico gioiello troppo avanti per i suoi tempi.
Il pubblico della prima milanese rimase probabilmente spiazzato dalla satira di costume sottintesa nel soggetto, ricamato ad arte da un librettista di prim’ordine come Felice Romani, e dalla musica solare e brillante, quanto pungente e amara, di Rossini, per il cinismo disincantato con cui veniva portato in scena il ménage familiare di una coppia costituita dal maturo Geronio e dalla giovane Fiorilla, troppo realistico per non essere uno specchio della società. Il fatto poi che Fiorilla si presentasse come una sorta di Don Giovanni in gonnella, quale seduttrice compulsiva “ma onesta” di uomini, spinta da un narcisismo motivato più che dalla bellezza dal riscatto sociale per le umili origini di un tempo, doveva apparire un soggetto provocatorio ancor più che comico. Ma nella disinibita immoralità della protagonista, che nel turco sbarcato in Italia come un turista del Grand Tour vede una conquista esotica da aggiungere alla lista, c’è tutta la modernità di quest’opera, capace di ridere degli uomini ma anche della fragilità del fascino femminile, con il commento irriverente del poeta Prosdocimo, figura geniale di spettatore e burattinaio senza scrupoli della caotica vicenda, già in odore di Pirandello e dei suoi personaggi in cerca d’autore.
Lo spettacolo di Roberto Catalano ha trasportato l’eterna contemporaneità dell’opera ai nostri giorni, in una società consumista più di cose che di amori, e ha ricreato la surrealtà tipicamente rossiniana con una messinscena sgargiante, dagli accesissimi toni del giallo e del blu (scene di Guido Buganza, costumi di Ilaria Ariemme, luci di Oscar Frosio) e dal ritmo vivacissimo ed elegante, ben modellato sulla recitazione degli interpreti. Tra pubblicità e varietà televisivi (con tanto di bluebell in stile Da-da-um-pa che sembravano davvero un omaggio postumo alle gemelle Kessler), la regia ha trovato ottima risposta in un cast molto collaborativo e contraddistinto da ottime voci. Su tutti si è imposta Sara Blanch, una Fiorilla in versione Barbie giallo canarino molto disinvolta sulla scena e ancor più brava nel canto, sempre luminoso, tornito, agilissimo, svettante, oltre che nell’interpretazione, maliziosa senza zuccherosità e capace di trascolorare anche nell’aspetto introspettivo, quando la donna frivola mette in discussione tutto il suo passato libertino. Basso rossiniano collaudatissimo quanto calibrato nell’esecuzione e nell’espressione, Carlo Lepore ha delineato un Selim accattivante e comunicativo, mentre Fabio Previati è stato un corretto Don Geronio, forse non troppo spiccato nella caratterizzazione di un buffo insolitamente malinconico, ma vocalmente puntuale, soprattutto nei difficili sillabati. Michele Patti ha sostenuto la parte del Poeta più nelle richieste vocali, talvolta acute per un baritono, che nell’incisività della parola, non sempre nitida e persuasiva, Dave Monaco ha assicurato bello slancio tenorile alla parte di Narciso, cicisbeo della capricciosa Fiorilla, mentre Marianna Mappa si è segnalata come una Zaida di carattere e buona voce e Matteo Macchioni come un Albazar nitido e brillante.
Da parte sua Lü Jia ha diretto con sicurezza, luminosità e buon ritmo teatrale l’opera, con il solido contributo dell’orchestra e del coro areniani (quest’ultimo preparato ottimamente da Roberto Gabbiani), all’insegna di un Rossini divertentissimo, accolto con grande successo da parte del pubblico.
Visto al Teatro Filarmonico di Verona il 23 novembre.
















