Rossini a Pesaro: più è raro, più piace

Intensa tre giorni di belcanto al Rossini Opera Festival 2017 che ricorda il fondatore Alberto Zedda, ma guarda anche al futuro, tra esecuzioni musicali brillanti e la necessità di sorprendere con regie di cui in un modo o nell’altro, parlare Davide Annachini

La 38^ edizione del Rossini Opera Festival – dedicata alla memoria di Alberto Zedda, pioniere artistico di una tra le realtà musicali più importanti del nostro Paese – ha puntato su tre titoli rappresentati solo una volta nel suo passato, ma non per questo meno fondamentali di altri per la conoscenza e il recupero filologico di un compositore così prolifico e geniale come il Pesarese. Le finalità del festival però non sono mai state indirizzate solo all’aspetto musicologico ma anche a quello esecutivo – con la scelta e la formazione di cantanti specializzati nel belcanto – e, non ultimo, alla proposta di spettacoli di alto profilo, che grazie a registi del calibro di Ronconi, Pizzi, De Ana, Martone, Vick, Fo, De Simone hanno spesso fatto storia. Non sempre i migliori propositi hanno portato al risultato perfetto (cosa però che nel passato si verificava con più frequenza) ma mai il livello qualitativo è venuto meno, compatibilmente con i tempi.

Di conseguenza la riproposta de Le siège de Corinthe prima opera parigina di Rossini confezionata nel 1826 sulla musica del Maometto II, lavoro tra i più interessanti del suo periodo napoletano – in una nuova produzione affidata alla Fura dels Baus poteva apparire sulla carta un’idea di sicuro interesse. La celebre compagnia teatrale spagnola, famosa per le sue creazioni provocatorie e geniali, nell’opera ha raccolto momenti memorabili (come il Ring di Wagner a Firenze) e altri meno riusciti (l’irrisolta Aida all’Arena di Verona) ma davanti a questo lavoro, così raffinato e austero nel descrivere la disperata difesa dei Greci a Corinto contro i Turchi, è sembrata trovarsi spaesata. Non sono bastate le infinite proiezioni in quattro lingue di frasi estrapolate da The Siege of Corinth di Lord Byron (morto proprio in quegli anni per soccorrere i patrioti greci contro i musulmani) a dare un senso alla regia di Carlus Padrissa, incentrata su un’inspiegabile adorazione per i bottiglioni di plastica, utilizzati in cataste o come simbolo di guerra, oppure completamente latitante e incapace di raccontare in alcuni momenti, come nei lunghi ballabili privi per di più di ballerini. Anche gli interventi pittorici dell’artista di origini rom Lita Cabellut hanno lasciato perplessi quanto le sue tutine colorate e aderenti, che addosso ai solisti e ai coristi svelavano rotondità di fianchi e di pance tutt’altro che emozionanti.

Visto che del recupero di una bellissima e rara partitura si trattava (già segnata nella prima proposta pesarese del 2000 da dissensi per la regia di Massimo Castri, che a confronto di questa però sembrava un capolavoro) è stato opportuno dedicare tutta l’attenzione alla musica, per altro onorata al meglio in questa edizione.

Luminosa, suggestiva, elegantissima la direzione di Roberto Abbado, in grado di centrare il clima drammatico quanto lo struggente lirismo dell’opera con l’ottimo sostegno dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai e molto valida la compagnia di canto, grazie alla Pamyra affascinante e vocalmente intensa di Nino Machaidze, al Maometh II di Luca Pisaroni, leggermente al di sotto per una parte di grande basso di agilità ma protagonista comunque convincente, alla correttezza e tenuta tenorili del Cléomène di John Irvin e in particolare al sorprendente Néoclès di Sergey Romanovsky, tenore dall’ inedita vocalità eroica e al tempo stesso virtuosistica, bronzea e ugualmente acutissima, accompagnata a un rilievo nobilissimo d’interprete.

In Torvaldo e Dorliska – che a differenza delle altre due opere già all’epoca non rappresentò un autentico successo – Rossini si cimentava con il genere semiserio, non sempre facile da azzeccare, nonostante la bontà di molte pagine e di un intrigante soggetto, che vedeva una coppia di sposi contrastata da un signore crudelissimo. Il merito della regia di Mario Martone (una ripresa dello spettacolo del 2006) stava proprio nella capacità di tenere insieme tanti diversi aspetti teatrali – il tragico, il sentimentale, il comico – mantenendo sempre viva l’azione, tutta giocata sui ritmi musicali e sulla caratterizzazione dei diversi personaggi. Uno spettacolo – complici per qualità le scene di Sergio Tramonti, i costumi di Ursula Patzak, le luci di Cesare Accetta – pensato con misura e attenzione al dettaglio, come si è potuto constatare dal lavoro realizzato sui cantanti, tutti al loro meglio come interpreti. Nicola Alaimo, lasciati alle spalle i ruoli di buffo, è stato un minaccioso e tonante Duca d’Ordow, il tiranno che insidia l’inerme Dorliska – qui una vibrante e suggestiva Salome Jicia – e mette ai ferri lo sposo Torvaldo – un appassionato e squillante Dmitry Korchak –, mentre Carlo Lepore e Raffaella Lupinacci hanno caratterizzato ottimamente i ruoli brillanti di Giorgio e Carlotta. Francesco Lanzillotta ha sostenuto la narrazione con la sua direzione elastica e duttile, che si è perfettamente integrata a questo lavoro di èquipe, valorizzando al meglio l’opera e ottenendo una valida risposta dall’Orchestra Sinfonica G. Rossini.

Anche l’altra ripresa in cartellone, La pietra del paragone, ha funzionato benissimo grazie al riallestimento dello spettacolo del 2002 di Pier Luigi Pizzi, autore di regia, scene e costumi, che qui è riuscito a vitalizzare ancor più di allora uno dei grandi successi giovanili di Rossini nel genere giocoso. La grande villa dalle architetture razionaliste, con tanto di parco e piscina, ha rappresentato il campo di azione – trasportata negli anni Sessanta ma in perfetta coerenza con la musica – per uno spettacolo vivacissimo, accattivante e un tantino compiacente nell’esibizione di fisici palestrati, che mettevano gli interpreti in gioco non solo sul piano vocale ma anche e soprattutto su quello scenico. Questo ha dato modo di apprezzare in una compagnia di giovani la disinvoltura di attore e la proprietà del canto del Conte Asdrubale di Gianluca Margheri, la bellezza e la bravura (al di là di un timbro non felice) della Clarice di Aya Wakizono, la vulcanica estroversione comica del Pacuvio di Paolo Bordogna, la finezza stilistica del Cavalier Giocondo di Maxim Mironov, l’esuberanza vocale e scenica del Macrobio di Davide Luciano, le pungenti Fulvia e Aspasia di Marina Monzò e Aurora Faggioli, la prestanza fisica del Fabrizio di William Corrò.

Uno spettacolo dai ritmi inesauribili e dalla comunicativa irresistibile – a cui si è allineata la brillante direzione di Daniele Rustioni alla guida dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai – in cui abbiamo ritrovato un Pizzi come sempre maestro impareggiabile della scena e mai come in questo caso giovane tra i giovani. Una regia divertita e divertente, che ha coinvolto il pubblico nella risposta più calorosa del festival, accolto comunque anche nelle altre produzioni (fatta eccezione per alcune riserve sul Siège della Fura) con grandissimo successo.

Visto al Rossini Opera Festival di Pesaro il 15, 16, 17 agosto

ROSSINI OPERA FESTIVAL

LE SIÈGE DE CORINTHE
Tragédie lyrique di Luigi Balocchi e Alexandre Soumet
Direttore Roberto Abbado
Progetto Regia La Fura dels Baus
Regia e Scene Carlus Padrissa
Elementi scenografici e pittorici, Costumi e Video Lita Cabellut
Luci Fabio Rossi

Interpreti Mahomet II Luca Pisaroni, Cléomène John Irvin, Pamyra Nino Machaidze, Néoclès Sergey Romanovsky, Hiéros Carlo Cigni, Adraste Xabier Anduaga, Omar Iurii Samoilov, Ismène Cecilia Molinari
Coro del Teatro Ventidio Basso
Maestro del Coro Giovanni Farina
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Nuova produzione 

TORVALDO E DORLISKA
Dramma semiserio di Cesare Sterbini
Direttore Francesco Lanzillotta
Regia Mario Martone
Scene Sergio Tramonti
Costumi Ursula Patzak
Luci Cesare Accetta

Interpreti
Duca d’Ordow Nicola Alaimo, Dorliska Salome Jicia, Torvaldo Dmitry Korchak, Giorgio Carlo Lepore, Carlotta Raffaella Lupinacci, Ormondo Filippo Fontana
Coro del Teatro della Fortuna M. Agostini
Maestro del Coro Mirca Rosciani
Orchestra Sinfonica G. Rossini
Produzione 2006

LA PIETRA DEL PARAGONE
Melodramma giocoso di Luigi Romanelli
Direttore Daniele Rustioni
Regia, Scene e Costumi Pier Luigi Pizzi
Collaboratore alla Regia Massimo Gasparon
Luci Vincenzo Raponi

Interpreti Marchesa Clarice Aya Wakizono, Baronessa Aspasia Aurora Faggioli, Donna Fulvia Marina Monzó, Conte Asdrubale Gianluca Margheri, Cavalier Giocondo Maxim Mironov, Macrobio Davide Luciano, Pacuvio Paolo Bordogna, Fabrizio William Corrò
Coro del Teatro Ventidio Basso
Maestro del Coro Giovanni Farina
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Produzione 2002, riallestimento

In apertura Le siége de Corynthe, questa e la gallery, foto Studio Amati Bacciardi, cortesia ROF

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