Il ritorno dei Legnanesi nel tempio del musical meneghino

“La finestra sui cortili” resterà in cartellone al Teatro Nazionale di Milano fino al 22 febbraio. In scena tutta l’allegra brigata di maschere dialettali capitanata come sempre dalla “sacra” famiglia Colombo, composta da mamma Teresa, papà Giovanni e dalla figlia zitella MabiliaEnzo Fragassi


Si intitola La finestra sui cortili la nuova produzione della compagnia tutta al maschile di teatro dialettale lombardo dei Legnanesi, che debutta la sera di San Silvestro al Barclays Teatro Nazionale di Milano, rinnovato tempio del musical meneghino. Reminiscenze hitchcockiane a parte, lo spettacolo, che rimarrà in cartellone fino al 22 febbraio, tiene fede alla formula ormai collaudatissima di “gran varietà” en travesti che intelligentemente la compagnia capitanata da Antonio Provasio (anche regista), Enrico Dalceri (autore di musiche e costumi) e Luigi Campisi hanno riportato sugli altari dopo alcuni anni di oblio succeduti alla scomparsa del fondatore, Felice Musazzi.

Molta acqua è passata sotto i ponti dell’Olona da quando nel secondo dopoguerra il palco del teatro parrocchiale di Legnanello (o Legnarello), contrada di Legnano, cominciò a ospitare le spassose peripezie della famiglia Colombo, composta da madre (“la” Teresa), padre (“il” Giovanni) e figlia (“la” Mabilia). Musazzi e compagni (molti dei quali operai nella vicina fabbrica metalmeccanica Franco Tosi, che oggi, ridotta all’osso, versa in amministrazione straordinaria), fedeli al precetto cattolico che vietava alle donne la pratica dell’arte teatrale, impiegavano il tempo libero fra un turno al tornio e una bevuta all’osteria portando in scena il microcosmo delle “corti”, le case di ringhiera dove viveva il proletariato lombardo (molto tempo prima delle sagre paesane in divisa verde). Vere “regine” delle “corti” erano le donne, le massaie costrette dalla povertà a una prossimità forse non desiderata ma dalla quale nasceva comunque quella solidarietà popolana che ha nutrito pagine anche belle e intense della nostra cultura pop.

Intellettuali dalle antenne fini come Alberto Arbasino si accorsero già sul finire degli affluenti anni ’50 di questo fenomeno esploso nel contado milanese (allora, per darsi un tono, si diceva “hinterland”), giungendo, con il gusto della provocazione che lo contraddistingue, a paragonare Musazzi a Bertolt Brecht. Non arrivarono a tanto ma di sicuro risero di gusto agli spettacoli dei Legnanesi anche Luchino Visconti e Giorgio Strehler. Sotto la dura scorza di chi è abituato a “far come quelli di Faenza” (che fanno senza), Musazzi era in verità un drammaturgo raffinato e senza tempo, ma l’acqua non proprio di fonte dell’Olona portò anche per i Legnanesi l’inevitabile declino, coinciso con la dipartita del fondatore nel 1989, anticipato di tre anni da Tony Barlocco (prima storica Mabilia). Anni più tardi, Provasio, Dalceri e Campisi – tutti con un passato di “boys” nel gruppo delle origini – decisero in accordo con gli eredi dei fondatori di togliere la polvere dai vecchi copioni e rinnovare un repertorio a cui la riscoperta, questa sì, molto lumbard delle tradizioni popolari, aveva donato nuova linfa.

Provasio negli anni è diventato una Teresa persino più vera di quella vera impersonata da Musazzi (a lui, Musazzi, è dedicata la statua che accoglie i visitatori alle porte di Legnano, altro che Alberto da Giussano…); Dalceri (apprezzato dirigente della maison Armani di giorno, scatenata Mabilia di sera), ha saputo dal canto suo interpretare con balletti kitsch e costumi eccessivi dai colori sgargianti come neppure i varietà della “wandissima” sapevano essere il bisogno di evasione totale e a buon mercato di un certo pubblico, poco interessato alle dispute tra teatro di tradizione e teatro di ricerca che proprio in questi giorni stanno appassionando i nostri lettori. Quanto a Campisi – unico maschio a impersonare un vero… maschio in scena (ma la Teresa sulla sua virilità avrebbe molto da obiettare), che dire. Provate voi a reggere il palco per decenni praticamente senza parlare, esprimendo solo con versi gutturali e smozzicate frasi in dialetto tutta la crisi del maschio italiano di fronte al mutatis mutandis ( e vai coi doppi e tripli sensi…) della società globalizzata.

Attorno alla “sacra” famiglia Colombo si ritrova infine una selva di gustose “maschere” popolari (la Chetta, la Pinetta, la Carmela – quest’ultima di evidenti natali “terùni”) che rinnovano la tradizione millenaria della “caratterizzazione” a fini comici, dove i difetti di ognuna diventano non solo occasioni per battute e sfottò ma anche l’inevitabile specchio delle nostre piccole grettezze e meschinità. Così, mentre sulla passerella (che nel frattempo è stata espunta da praticamente tutti i teatri) sfilano gli attori indossando impeccabili smoking da sera e in platea le sciùre con la “pelliccetta” (“eco”, mi raccomando, signora mia, “eco”) si spellano le mani, anche l’effetto catarsi è assicurato.

Ecco perché, tutto sommato, ci fa gusto segnalare il nuovo spettacolo dei Legnanesi. Perché piaceva alle nostre nonne e alle nostre mamme; fa sorridere anche noi e “impara” un po’ di dialetto meneghino agli annoiati ventenni di oggi, che altrimenti perderebbero il loro tempo davanti ai videogiochi spara-spara. Vi par poco?

Nella foto in alto di Maurizio Pizzignini, Enrico Dalceri (Mabilia), Antonio Provasio (Teresa) e Luigi Campisi (Giovanni)