La magia di Pelléas et Melisande conquista i teatri emiliani

Il capolavoro di Debussy, opera di preziosa e difficile restituzione esecutiva, è stata la carta vincente della coraggiosa coproduzione tra i teatri di Modena, Parma e Piacenza, grazie a una sognante messinscena della coppia francese Barbe & Doucet e alla convinta direzione di Marco Angius.  Davide Annachini

Il circuito emiliano dei teatri di Parma, Modena e Piacenza ha confermato la qualità e il coraggio delle comuni sinergie con la scelta di un titolo quanto mai raffinato e arduo da proporre nelle normali programmazioni dei teatri di tradizione. Pelléas et Melisande di Claude Debussy – manifesto del simbolismo musicale francese di inizio Novecento – resta un capolavoro di ineffabile suggestione, per le atmosfere sospese, enigmatiche, evanescenti, in cui si esprimono la cifra poetica e al tempo stesso la difficoltà di un’opera destinata alle grandi esecuzioni. Il delicatissimo tessuto strumentale, più ancora della componente vocale, costituisce l’arduo compito per un’orchestra e soprattutto per un direttore, impegnato non solo a restituire lo stile ma in primis la chiave interpretativa di un lavoro inafferrabile. E in questo anche la regia ha un suo ruolo primario, per evocare un mondo favolistico apparentemente statico e assorto in un’immobilità dai risvolti espressivi tutti interiori.

Nato in epoca di pandemia, lo spettacolo è slittato di alcuni mesi al Teatro Regio di Parma, passando ora al Teatro Comunale Pavarotti-Freni di Modena per arrivare alla Fondazione Teatri di Piacenza ai primi di febbraio. La coproduzione ha avuto i suoi punti di forza nella scelta di una coppia registica stimolante come i francesi Barbe & Doucet e nell’attenta concertazione di Marco Angius con l’Orchestra dell’Emilia Romagna Arturo Toscanini, che hanno garantito non solo la qualità della proposta ma anche l’interesse di un’interpretazione da ricordare.

In particolare lo spettacolo si è imposto per una lettura affascinante e intonatissima a restituire la magia della musica di Debussy e del testo di Maurice Maeterlinck, caratterizzati da dialoghi enigmatici, spesso al limite del parlato, fatti di frasi mormorate e di pause silenziose sulle quali si fonda una narrazione astratta e fiabesca, in cui l’evolversi della tragedia non tocca le tinte del dramma ma quelle di un mondo evocato, dove anche amore e morte non si spingono mai sino alle corde della realtà. Barbe & Doucet hanno perfettamente centrato il segno grazie a una messinscena ambientata in un mondo sotterraneo, stilizzato da isole sospese dalle profonde radici e da atmosfere soffuse (luci suggestive firmate da Guy Simard), in cui figure velate e la stessa Melisande, in abiti ottocenteschi e dai celebri lunghi capelli biondi, sembravano uscire dai misteriosi quadri di Böcklin e di Puvis de Chavannes, in pieno clima simbolista. Una lettura coerente e sempre rivelatrice nei diversi cambi di scena, capace di rispettare il fluttuare quasi sommesso della musica e sospeso della narrazione senza mai perdere in tensione drammaturgica e in bellezza di immagini, al punto da rivelarsi uno spettacolo esemplare per un’opera come questa.

La componente musicale si è fatta apprezzare soprattutto per la professionalità del lavoro d’équipe, condotto da Marco Angius con passione e sensibilità nel lavorare con finezza sull’orchestra (il Coro del Teatro Regio di Parma era preparato da Massimo Fiocchi Malaspina), anche se certe trasparenze e certe sfumature non sono forse emerse al massimo nei primi atti per l’oggettiva difficoltà esecutiva di una partitura delicatissima, garantendo comunque l’impatto stilistico della musica di Debussy e raggiungendo negli atti finali un’incisività e una tensione particolarmente efficaci. Buona la compagnia di canto, che forse non brillava particolarmente nella coppia del titolo, con la Melisande vocalmente un po’ gutturale ma credibile come interprete di Karen Vourc’h e con il corretto ma non sempre nobile Pelléas di Phillip Addis, e che comunque contava per il resto sul vibrante Golaud di Michael Batchtadze, sull’austero Arkël di Vincent Le Texier, sulla sontuosa Geneviève di Enkelejda Shkoza, sull’ottimo Yniold di Silvia Frigato e sul valido Medico/pastore di Roberto Lorenzi.

Buona l’accoglienza del pubblico modenese, forse non numeroso quanto in altre occasioni ma assolutamente partecipe e convinto.

 

Visto al Teatro Comunale Pavarotti-Freni di Modena il 22 gennaio

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