Iphigénie en Tauride, un felicissimo recupero dei teatri lombardi

 Un risultato di tutto rilievo  per il circuito lirico lombardo, con la rara riproposta dell’Iphigénie en Tauride di Gluck effettuata dai teatri di Pavia, Brescia, Como e Cremona (dove sarà nelle prossime settimane). Nella splendida cornice del Teatro Grande di Brescia questa produzione è stata accolta con grandissimo calore nonostante la rarità del titolo, che ha premiato il coraggio mostrato da questi teatri di tradizione nel puntare su un repertorio non esclusivamente popolare.- Davide Annachini

Ultimo grande successo parigino del 1779, Iphigénie en Tauride rappresentò anche il testamento artistico di Gluck nel genere dell’“opera riformata”, da lui stesso varata con il programma di un teatro in musica rivolto a soggetti classici, a una scrittura lontana da virtuosismi quanto tesa a un canto declamato, a una tragicità epica, a un’asciuttezza drammaturgica profondamente atipiche per il melodramma barocco settecentesco. Ispirata liberamente ad Euripide come la precedente Iphigénie en Aulide (riletta però attraverso il filtro di Racine), l’opera è una tragédie lyrique incentrata sull’infelice figlia di Agamennone, che, trasportata dopo lo scampato sacrificio in Tauride, qui sarà costretta a sacrificare il ritrovato fratello Oreste, salvato in extremis da Diana, autentico deus ex machina dell’inaspettato lieto fine. La musica tocca momenti di grande solennità e in alcune pagine di struggente lirismo (per tutte la sublime aria “O malheureuse Iphigénie”), ma anche squarci potentemente drammatici – come l’iniziale tempesta – o grandi incisi corali, e richiede voci capaci di sostenerne la tessitura faticosa, per la tensione di un canto sempre insistito e martellante. Non a caso l’opera conobbe una riabilitazione nel 1957 alla Scala grazie ad un’interprete assoluta come la Callas, che nella sontuosa cornice tiepolesca pensata per lei da Luchino Visconti e nella versione italiana approntata da Lorenzo da Ponte svelò il fascino di questo capolavoro.

L’edizione vista a Brescia poteva contare su una protagonista a tutto tondo come Anna Caterina Antonacci, per sensibilità espressiva e affascinante presenza scenica un’Iphigénie di rara suggestione. Facendo leva sull’incisività ma anche sulle nuances della parola francese e su un timbro come sempre personalissimo, la Antonacci ha saputo sapientemente far passare in secondo piano certo affievolimento vocale, imponendosi come interprete tuttora ideale per dar vita a una classicità moderna di questo repertorio, così intenso e toccante. Le hanno fatto da cornice il solido Oreste di Bruno Taddia, molto convincente nel restituire il matricida perseguitato dai fantasmi del passato, il Pylade nobile e poetico del bravissimo tenore turco Mert Süngü, l’autorevole e atletico Thoas di Michele Patti, la convincente Diane di Marta Leung.

Appassionata e vibrante la direzione di Federico Ferri, interprete sensibile di una partitura così giocata tra levigate purezze e fremiti tragici, che ha potuto contare sull’ottimo supporto dell’Orchestra I Pomeriggi Musicali  e del Coro di Operalombardiapreparato da Massimo Fiocchi Malaspina.

Lo spettacolo portava la firma di Emma Dante, interprete quanto mai stimolante per un’opera incentrata sul mito e sulla donna, che non a caso è stata declinata dalla regista molto al femminile, soprattutto nella presenza di mime/danzatrici impegnate a trasformarsi da cariatidi a menadi a furie. I loro interventi hanno punteggiato una lettura per il resto d’impostazione statuaria – con le scene stilizzate a poche colonne ioniche di Carmine Maringola, i suggestivi costumi bianco-rosso-nero di Vanessa Sannino, le luci di Cristian Zuchero e le coreografie di Sandro Campagna – ma sempre pronta a trascolorare e a sottolineare l’atmosfera dei diversi momenti musicali con incisività, poesia e, non ultimo, rispetto dello stile gluckiano.

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