La voce di Norma, forse.

Al Regio di Parma Vasilisa Berzhanskaya si è imposta come una Norma in grado di evocare la vocalità originale pensata da Bellini per questo ruolo monstre, all’interno di un cast di matrice belcantistica. Davide Annachini

Ogni volta che un teatro mette in cartellone la Norma di Bellini sa di rischiare molto perché, in quanto opera attesissima dai melomani e banco di prova per i soprani più temerari, il gioco spesso non vale la candela. C’è da dire che per le enormi pretese vocali e interpretative il ruolo battezzato da Giuditta Pasta nel 1831 e identificatosi nel Novecento con Maria Callas ha da sempre costituito il sogno proibito di tanti soprani drammatici – in epoca recente sempre più spostati verso il registro lirico-leggero, in mancanza d’altro – o addirittura mezzosoprani acuti, in memoria del fatto che la stessa Pasta nacque contralto e poi si trovò a cantare da soprano, facendone le spese nel giro di pochi anni. Certo, l’ideale di una voce scura in grado di salire ai numerosi do acuti è sempre stato la sospirata chimera per una parte monstre come questa, insieme a quella di affiancarla per contrasto a una voce chiara per Adalgisa – come avvenne alla prima dell’opera e come logica vorrebbe, visto che Norma è la grande sacerdotessa druidica e Adalgisa una giovane novizia -, ribaltando così un’errata tradizione che da sempre ha decretato la prima soprano e la seconda mezzo.

Al Teatro Regio di Parma si può dire che il tentativo di rimettere in ordine le cose sia stato centrato e bene, in primis per la disponibilità di una cantante trasformista come Vasilisa Berzhanskaya, che da mezzosoprano belcantista, specializzata nei ruoli scritti da Rossini per la moglie Isabella Colbran (anch’essa voce ibrida come la Pasta), ora sta spostandosi alla corda di soprano, senza per questo sacrificare la calda timbratura scura del registro centro-grave e garantendo al tempo stesso una facilità sorprendente in quello superiore, in grado di spaziare sino al re sovracuto. Lo ha dimostrato questa sua Norma parmigiana, dove non solo il colore vocale ha colpito ma anche il legato perfetto, sostenuto da fiati lunghissimi (esemplare in questo senso il suo “Casta Diva”), l’agilità di grazia e di forza, l’impeto drammatico, la suggestiva presenza scenica, dolente e infiammata, che nel finale ha trovato – con l’autocondanna della sacerdotessa, colpevole di aver ceduto all’amore – un canto intimissimo, sublimato e struggente. Grande e applauditissima prova per la cantante russa (recente trionfatrice anche alla Scala, ma come Adalgisa), che ha così segnato la traccia del suo destino, promettentissimo quanto insidioso.

A suo fianco Maria Laura Iacobellis è stata un’Adalgisa sopranile di grande sensibilità espressiva e bravura scenica, perfettamente intonata a contrastare nei celebri duetti la voce ombrosa di Norma con la sua più chiara, anche rispetto alla precedente interpretazione tenuta al Teatro del Maggio di Firenze, in cui l’effetto non era così riuscito per la troppa affinità timbrica della protagonista con la sua voce. La scelta di Dmitry Korchak per un ruolo di baritenore come Pollione poteva avere un suo perché, visto l’attuale passaggio del cantante dai ruoli belcantistici a quelli drammatici e considerato il fatto che l’intero cast era stato modellato su vocalità rossiniane, come dopotutto erano quelle che all’epoca di Bellini affrontavano le sue opere. Purtroppo la tentazione di cercare uno spessore drammatico facendo la voce grossa e sparando acuti non sempre indispensabili né impeccabili ha creato qualche inciampo al tenore russo nell’arco della sua prestazione, per altro positiva.  E a Parma – si sa – tutto si può perdonare, tranne a un tenore di scivolare su un acuto. Da parte sua Carlo Lepore è passato dai ruoli di buffo, in cui è interprete impagabile, a quello austero di Oroveso con la professionalità di sempre, anche a costo di qualche smagliatura timbrica alle estremità di una parte di grande ampiezza vocale. Alessandra Della Croce (Clotilde) e Francesco Congiu (Flavio) completavano validamente il cast, che ha trovato in Renato Palumbo una guida sicura, capace di imprimere al capolavoro belliniano varietà di colori e di accenti, all’interno di un disegno stilisticamente attento alle ragioni del belcanto, con il valido contributo dell’Orchestra Filarmonica Italiana e del Coro del Regio preparato da Martino Faggiani.

Lo spettacolo era una ripresa dell’allestimento del 2023, per la regia di Nicola Berloffa, che nel trasportare la vicenda all’Ottocento, tra le rovine di un palazzo neoclassico e le pareti di una dimora privata, ha conferito una dimensione risorgimentale e borghese alla tragedia di Felice Romani – grazie alle suggestive scene di Andrea Belli, ai costumi impeccabili di Valeria Donata Bettella, alle luci determinanti di Simone Bovis -, muovendo molto bene interpreti e coro all’interno di un’atmosfera chiaramente debitrice a Senso di Visconti ma che sicuramente non ha fatto rimpiangere i dolmen delle antiche Gallie.

Vivissimo il successo, con punte accesissime quanto meritate per la Berzhanskaya.

 

Visto al Teatro Regio di Parma il 20 febbraio.

 

 

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