Il Lohengrin del riscatto per la Fenice

Una splendida esecuzione musicale del Lohengrin di Wagner ha avuto ragione sui detrattori degli organici del teatro veneziano, in concomitanza con la conclusione dell’affaire Venezi. Davide Annachini

Quella che poteva essere sulla carta l’ultima replica di un’edizione fortunata del Lohengrin, in scena al Gran Teatro La Fenice di Venezia, si è trasformata alla fine in un’autentica festa, all’arrivo della notizia del licenziamento della maestra Beatrice Venezi dalla carica di direttrice musicale. Dopo mesi di grande difficoltà per le masse artistiche, che avevano subìto ripetuti attacchi e denigrazioni da parte della direttrice e di altre autorità per il fatto di richiedere legittimamente una figura di spessore adeguato a guidarle, l’ultima dichiarazione della Venezi, che arrivava a sostenere come le nomine nell’orchestra avvenissero per nepotismo, ha fatto tracimare il vaso e portato alla rottura definitiva. Le acclamazioni da parte di tutto il pubblico – bersaglio anch’esso dalla direttrice d’orchestra – oltre a trovare eco in altri teatri e piazze rispondevano a una solidarietà mai venuta meno nei confronti dell’orchestra e del coro della Fenice ma anche a un meritatissimo riconoscimento della loro indiscutibile qualità artistica.

Questo Lohengrin ne è stato piena conferma, nel manifestare un livello esecutivo di primissimo rilievo, che in una partitura così impegnativa ha evidenziato l’eccellenza dei fiati, la luminosità strumentale, la compattezza timbrica dell’orchestra come la tenuta vigorosa del coro (preparato da Alfonso Caiani e affiancato anche dall’Hungarian National Male Choir, diretto da Richard Riederauer), soprattutto nel settore tenorile. Buona parte del merito è spettata al direttore Markus Stenz, specialista wagneriano, che ha dimostrato un ottimo lavoro di concertazione, ottenendo dagli organici una risposta duttile nei colori e nelle intensità, impeccabile nei momenti più scoperti e a tratti elettrizzante, come all’inizio del terzo atto, con i fiati collocati nei palchi a dare un effetto stereofonico esaltante. Ma la sua lettura è stata anche intensamente espressiva, nel passare da un lirismo sospeso e sovrannaturale a una drammaticità incisiva, che ha assicurato a questo Lohengrin un impatto fortemente teatrale ed evocativo.

La compagnia di canto si segnalava per la presenza nel ruolo del protagonista di Brian Jagde, tenore di primo piano sia per la vocalità ampia, pronta nell’acuto, di colore brunito, sia per la presenza aitante, che lo posizionano al momento tra gli interpreti drammatici sui cui puntare, come sarà per la prossima inaugurazione scaligera nell’Otello. Come Heldentenor wagneriano Jagde ha colpito per lo slancio eroico e la potenza vocale ma ha lasciato piuttosto perplessi nei cantabili, che nel caso di Lohengrin si rifanno allo stile italiano, incentrato sul legato e sulle mezzevoci, in cui il tenore statunitense ha scoperto il suo tallone d’Achille, con uno scarso sostegno del fiato nelle frasi di ampio respiro e una faticosa gestione del canto spianato. In definitiva il suo è sembrato un Lohengrin più versato a sparare la voce che a modularla nei momenti melodici, specialità di interpreti indimenticabili come i Pertile e i Gigli di un secolo fa e di pochi altri tenori del dopoguerra. Tendenzialmente portata agli scoppi di voce è stata anche l’Ortrud di Chiara Mogini, di grande impatto vocale e personalità drammatica ma non sempre irreprensibile su certi acuti, un po’ forzati e sbilanciati rispetto ai centri, mentre l’Elsa di Dorothea Herbert, seppure dall’emissione un po’ oscillante, ha garantito una certa dolcezza al personaggio, espresso in una dimensione smarrita e derelitta di estrema fragilità psicologica. Piuttosto valido, nella sua ruvidezza crudele, il Telramund di Claudio Otelli, molto meno il Re di Andrea Silvestrelli e quasi tenorile l’Araldo di Aneas Humm.

Lo spettacolo – già varato all’Opera di Roma – portava la firma di Damiano Michieletto, autore – con la drammaturgia di Mattia Palma – di una regia di grande nitore e suggestione simbolica, in cui l’immagine dell’uovo sembrava suggerire il mistero del cavaliere fiabesco nella sua forma perfetta, impenetrabile, regale, che nella colatura argentea – a cui si sottoponeva lo stesso Lohengrin – esprimeva la sacralità dello stesso protagonista. Fondamentale in questo spettacolo è stata la cifra scenografica di Paolo Fantin, geniale nel definire con una lunga parete concava una spazialità di assoluta suggestione, modulabile e determinante – insieme ai costumi di Carla Teti e alle luci bellissime di Alessandro Carletti – nel garantire la parte del leone alla messinscena di questo Lohengrin veneziano.

Successo trionfale, come si è detto, con chiamate infinite e osanna a coro e orchestra festanti.

 

Visto al Gran Teatro La Fenice di Venezia il 26 aprile

 

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