Silvia Bottiroli

Santarcangelo 2015: tre-domande-tre a Silvia Bottiroli

La direttrice della 45.ma edizione della rassegna di teatro di ricerca chiarisce il segno “politico” dato al festival, parla del rapporto tra atto performativo e società e, interrogata al riguardo, fornisce un parere sul Decreto di riforma dello spettacolo di cui Delteatro.it si è diffusamente occupato – Enzo Fragassi


La quarantacinquesima edizione del Festival di Santarcangelo che si inaugura il prossimo 10 luglio afferma apertamente la propria vocazione “politica”. È un’affermazione che merita un approfondimento. In che termini festival “politico”?

È politico il teatro di molti degli artisti che formano questa edizione, da Milo Rau a Markus Ohrn, da Amir Reza Koohestani a Béla Pintér, da Ligna a Christophe Meierhans fino naturalmente al teatro di Motus, del Teatro delle Albe, di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini.
Alcuni di questi artisti portano in scena questioni fondamentali della politica internazionale, o ci portano a guardare ai limiti della democrazia e alla storia recente e attualità di alcuni Paesi a cui dovremmo prestare grande attenzione: la Birmania di Aung San Suu Kyi delle Albe, la crisi greca di Deflorian/Tagliarini, l’Ungheria contemporanea letta in filigrana attraverso la storia di un’amicizia maschile in Our Secrets di Béla Pintér… In altri casi, è la forma stessa del linguaggio teatrale che si misura in modo frontale con la dimensione politica, che rende instabile l’equilibrio tra il reale e il possibile, che crea un contesto in cui immaginare altre forme di vita comune: è il caso del lavoro di Christophe Meierhans e del collettivo tedesco Ligna, ma anche del re-enactment di Milo Rau che porta in scena il discorso di difesa di Breivik al tribunale norvegese che lo accusava per le stragi di Oslo e Utoya nel 2011 e il processo alle Pussy Riots a Mosca nel 2012. Altri lavori, ancora, si misurano con la censura di Stato, o direttamente come nel caso di Timeloss di Koohestani, la cui scrittura e messa in scena risentono dei passaggi sottp i giudizi della censura iraniana e sono una testimonianza importante di un teatro del non detto, di un tra le righe… o indirettamente come Magic Bullet di Markus Ohrn, che oltre a produrre per Santarcangelo un nuovo lavoro performativo, Azdora, con diverse donne del territorio, porta al festival il suo film-maratona, 50 ore di scene tagliate in cent’anni di censura svedese…

Le tue prime collaborazioni con il festival risalgono se non sbaglio ai primi anni Duemila. Hai quindi potuto osservare da un punto di vista privilegiato l’evoluzione della scena teatrale  e performativa internazionale nel corso degli ultimi anni. Teatro e Società sanno ancora dialogare o i tempi che viviamo sono ormai troppo veloci per poter essere “congelati” in un’azione performativa?

L’azione performativa mi sembra essere sempre più, in relazione alla società contemporanea, luogo di uno slittamento. La forma del re-enactment – oltre a Milo Rau si pensi al celeberrimo Exhibit B di Brett Bailey ad esempio – opera anzitutto spostando un fatto storico in un altro tempo e contesto, quello del teatro appunto, e lascia pulsare il tempo e lo spazio tra: tra evento e suo re-enactment, tra realtà e rappresentazione, tra testimonianza e sguardo spettatoriale.
Un’altra questione centrale mi pare sia proprio quella dello sguardo, e su questo è emblematico il pensiero, oltre che il teatro, di Romeo Castellucci, che non a caso abbiamo invitato a prendere la parola sul manifesto del festival. “Guardare non è più un atto innocente”, scrive, e la sua scena ci ha ricordato come in un’epoca di spettatorialità integrale il teatro sia soprattutto il luogo in cui possiamo essere consapevoli di essere spettatori, possiamo guardarci guardare e assumerci pienamente una responsabilità dello sguardo.

Delteatro.it ha dedicato recentemente molto spazio al Decreto che di fatto ridisegna la struttura delle arti sceniche in Italia. Ne ha scritto Renato Palazzi e abbiamo raccolto le opinioni, a volte molto articolate, di registi, artisti, organizzatori di varia estrazione. Non ti chiederò un giudizio di merito complessivo perché non è questa la sede ma avendo tu diretto o partecipato alla direzione di un festival importante come Santarcangelo negli ultimi anni e preparandoti a dirigerlo in futuro, credo che ai nostri lettori possa interessare conoscere il tuo punto di vista almeno rispetto al ruolo riservato ai festival e alle residenze, che da sempre costituiscono il “cuore” di Santarcangelo. Ti chiedo di citare almeno un aspetto positivo, uno negativo e uno che ti sembra assente o sottovalutato.

Si ha la sensazione di prendere la parola su di una materia ancora incandescente, a parlare di un Decreto Ministeriale che trasformerà profondamente, credo, il paesaggio teatrale italiano nei prossimi anni, ma di cui appena si iniziano a vedere gli effetti, a cogliere le linee o a intuire una mancanza di linee programmatiche.
Per quanto riguarda festival e residenze: un primo dato da rilevare, e senz’altro è un dato positivo, è il riconoscimento della “multidisciplinarietà”, almeno per il festival, e dell’esistenza delle residenze come forma specifica. Quella per il riconoscimento della multidisciplinarietà è stata una battaglia di molti anni, sicuramente quello espresso dal DM è un primo segno che andrà ampliato e articolato (ad esempio alle compagnie di produzione), ma mi pare un’apertura importante alla realtà della scena italiana.

Mi sembra invece preoccupantemente distante dalla realtà italiana l’impostazione dei criteri per i Teatri Nazionali e i TRIC, in particolare rispetto al rapporto con una scena “indipendente”, quella delle compagnie e dei gruppi, che rischia di essere fortemente penalizzata da criteri che privilegiano lunghe teniture delle produzioni proprie. C’è una miopia rispetto alla verità e alla vitalità del nostro teatro, in queste scelte e in particolare nell’impostazione del rapporto tra produzione e distribuzione, che mi pare rivelare non solo la sottovalutazione di un aspetto importante, ma anche la scelta politica, più o meno consapevole o esplicita, di far scomparire un certo teatro. Che è poi il teatro che anche noi seguiamo e sosteniamo, il teatro italiano apprezzato all’estero, il teatro che sta rinnovando il pubblico, inventando modalità progettuali e organizzative, facendo ricerca, tenendo alto il confronto con la società. È chiaro che guardo con preoccupazione a questi aspetti del Decreto, e che spero di vedere presto segni di attenzione e sostegno agli artisti e alle compagnie.

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