KIngdom

Kingdom

L’ultima produzione del formidabile gruppo catalano Agrupación Señor Serrano non ha convinto come le precedenti. Si presta perciò a un ragionamento più ampio sulle contraddizioni del sistema produttivo oggi vigenteRenato Palazzi


Vorrei spendere qualche parola su Kingdom, l’ultima creazione presentata in Italia dall’Agrupación Señor Serrano, che non è apparsa all’altezza delle proposte precedenti del gruppo catalano, ma che proprio per questo mi sembra richiedere alcune riflessioni. L’Agrupación Señor Serrano, Leone d’Argento alla Biennale Teatro di Venezia del 2015, realizza come si sa degli spettacoli costruiti con oggetti e pupazzetti e modellini e ogni sorta di reperti della vita quotidiana manovrati “a vista” dai performer su tavoli o sul pavimento e ripresi in diretta da una videocamera che ne proietta le immagini ingrandite su uno schermo, con effetti sorprendenti. Con questo approccio spiazzante affronta i temi più impegnativi, la cattura e l’uccisione di Osama Bin Laden nel travolgente A house in Asia, i grandi spostamenti dei popoli nel bellissimo Birdie, che equiparava le migrazioni umane a quelle degli uccelli nelle sequenze dell’omonimo film di Hitchcock.

Nei materiali di presentazione di Kingdom si fa riferimento al mito cinematografico di King Kong assunto come emblema del capitalismo, del sistema economico e sociale dell’Occidente. In realtà l’icona del colossale scimmione arrampicato sull’Empire State Building appare solo verso la fine, e piuttosto pretestuosamente: l’autentico tema dello spettacolo è invece il mercato delle banane, indicate come il vero frutto del peccato originale, scoperte per caso alla fine dell’Ottocento e da allora elemento portante di un consumo alimentare che ha avuto forti incidenze sugli alti e bassi delle borse mondiali, ha influito sulla crisi del ’29, ha determinato interventi politici e militari, come testimoniato dal ruolo della United Fruit Company nel colpo di stato del ’53 in Guatemala e nel controllo di altri regimi centro-americani, detti appunto, non a caso, Repubbliche delle Banane.

Tutto giusto, tutto vero, tutto legittimo. Il problema, però, è che questo dettagliato excursus viene soltanto enunciato, viene esposto come fosse un resoconto giornalistico, con l’aggiunta un po’ meccanica, un po’ a sé stante di una serie di materiali documentali più o meno strambi, pubblicità dell’epoca e di oggi, vecchie foto, e appunto, quasi marginalmente, qualche spezzone cinematografico. Chi si fosse aspettato pupazzetti di micro-gorilla o di micro-grattacieli ingigantiti dalla proiezione sarà rimasto deluso. L’unico caso di una situazione agita “dal vivo” e dilatata dal video è quella di un’innocua pianta d’appartamento irrorata con un picccolo spruzzatore che, sullo schermo, diventa una inestricabile giungla colpita da tempeste tropicali.

In Kingdom c’è ovviamente, come al solito, tutta la sapienza, tutta la maestria tecnica della compagnia, che, grazie a straordinari effetti di montaggio, dà costantemente l’impressione di comporre uno stratificato mosaico visivo i cui tasselli nascono l’uno dall’altro, si incastrano l’uno nell’altro. Il ritmo sostenuto, qualche canzone surreale, qualche balletto stralunato – c’è persino un performer in costume da Chiquita – fanno sì che lo spettacolo non sia mai noioso. Ma questo gruppo originalissimo ci aveva abituato a ben altri livelli di penetrazione nei temi prescelti.

Se mi soffermo su questa esperienza meno riuscita non è per parlar male dei magnifici Señor Serrano, di cui continuo ad essere uno dei fan più convinti, ma perché credo che il suo esito deludente ci debba far riflettere. Per quale ragione, dopo una serie di piccoli capolavori come quelli già citati, la compagnia non è riuscita a mantenere lo stesso standard qualitativo? Escludendo un’improvvisa perdita di talento, che mi sembra poco probabile, l’ipotesi più verosimile è che i Señor Serrano abbiano ceduto troppo presto a delle richieste, o a delle lusinghe, del mercato teatrale internazionale.

La circostanza non stupisce. Visti i grandissimi successi ottenuti in precedenza, sembra logico che i direttori artistici dei teatri, e soprattutto dei festival – dove spesso si procede per mode, per nomi di richiamo – abbiano voluto invitarli a tornare quanto prima, imponendo loro, però, di presentare qualcosa di nuovo. E poiché sottrarsi agli inviti non è mai conveniente, e per quanto si sia vinto un Leone d’Argento a Venezia si rischia sempre di restare tagliati fuori, immagino che la compagnia abbia deciso di aderire, ma che la sua novità abbia dovuto prepararla in fretta e furia: si avverte un’intuizione, un nucleo inventivo che però resta appena abbozzato, si ferma a metà strada.

Il discorso è scottante, e suona come un monito rivolto a tutti quanti: la stessa cosa sarebbe infatti potuta capitare al Conde de Torrefiel o ai Rimini Protokoll. Fenomeni del genere, d’altronde, li abbiamo visti anni fa in Italia, quando i giovani gruppi venivano costretti, dai vari festival che erano la loro linfa vitale, sempre a nuovi debutti, studi, tappe preparatorie, col risultato di una tragica dispersione di energie che ha messo quasi in ginocchio una generazione.

Il teatro contemporaneo, che rinuncia alle forme canoniche della rappresentazione, agli autori, alle drammaturgie precostituite, richiede percorsi più soggettivi, tempi creativi molto più imprevedibili e aleatori. Se si asseconda troppo la tentazione dell’iperproduttività ad ogni costo si mette a repentaglio tutto un processo di rinnovamento che si basa anche su modalità progettuali diverse da quelle praticate sulle scene istituzionali.

Visto a Milano, alla Triennale Teatro dell’Arte

Renato Palazzi

Kingdom
creazione Alex Serrano, Pau Palacios, Ferran Dordal
con: Diego Anido, Pablo Rosal, Wang Ping-Hsiang, David Muñiz, Nico Roig
musiche: Nico Roig