Trionfo di primedonne per la conclusione pirotecnica di Arena 100

Un’esplosione di protagoniste stellari ha siglato la chiusura spettacolare del festival veronese, con i nomi di Margaine, Sierra, Grigorian e della grande Netrebko, al suo addio in Traviata. Davide Annachini

Se la centesima stagione dell’Arena di Verona si è contraddistinta come vetrina di autentiche star internazionali, spesso accompagnate nel loro debutto al festival da tutta la curiosità dell’evento quanto dall’incognita di un’entrata in scena senza troppe prove, le settimane conclusive si sono segnalate per una sfilata di primedonne di assoluto rilievo.

In una delle tante repliche dell’Aida onirica e surreale firmata da Stefano Poda, contraddistinta da una protagonista di solida vocalità drammatica come Anna Pirozzi – non più duttile però nel risolvere in pianissimo certi acuti che la parte richiederebbe -, da un Radames prestante nonostante gli anni e sempre intelligente nella restituzione del personaggio come Gregory Kunde, da un Amonasro di lusso come Ludovic Tézier e dalla direzione sensibile e teatrale di Daniel Oren, si è imposta Clémentine Margaine, che, se come Carmen non ha mai convinto appieno per certa estraneità al physique du rôle, nella statuarietà di Amneris ha potuto far valere al massimo una vocalità prorompente di mezzosoprano, densa, vibrante, estesa ma soprattutto sostenuta da uno slancio vocale ed espressivo impetuoso e galvanizzante. Un’autentica rivelazione per un’artista quotatissima ma probabilmente più intonata a certe parti rispetto ad altre e che in Verdi ha riportato alla memoria le grandi Amneris di tanto tempo fa.

Atteso era anche l’esordio in Arena di Nadine Sierra, uno dei soprani più interessanti del momento per il fatto di coniugare alla vocalità sicurissima e lucente di soprano lirico d’agilità una presenza scenica di grande fascino e una sensibilità d’interprete coinvolgente. Se il suo debutto in Rigoletto era sfumato a causa della pioggia proprio prima del suo ingresso in scena, in Traviata tutto è andato a buon fine, anche se l’inserirsi all’ultimo in una produzione già collaudatissima come quella di Zeffirelli, pomposa e tradizionale nelle soluzioni registiche, non ha favorito la Sierra, che in certi momenti è sembrata meno suggestiva del solito e più preoccupata ad arrivare a un pubblico così vasto calcando talvolta gli effetti. Ma se certa esuberanza poteva risultare posticcia e leggermente forzata al primo atto, dal secondo l’interprete è venuta allo scoperto, a cominciare dal toccante duetto con lo splendido Germont di Ludovic Tézier, baritono numero uno in queste parti verdiane, per la vocalità levigata, il fraseggio nobilissimo, la misura austera e al tempo stesso umana dell’espressione. Da lì l’interprete è andata in crescendo sino all’ultimo atto, affiancata dall’Alfredo credibile, anche se sempre un po’ artefatto nel fraseggio e forzato sull’acuto, di Francesco Meli e accompagnata dalla direzione di Andrea Battistoni, forse fin troppo indugiante nei tempi, senz’altro più favorevoli per un cantante dell’ultima ora, scarso di prove, ma alla lunga estenuanti ai fini della risoluzione drammaturgica dell’opera.

Da non perdere era anche il debutto areniano di Asmik Grigorian, soprano lituano di livello internazionale per l’insolita versatilità di repertorio e la spiccata intensità d’interprete. Nella Madama Butterfly spettacolare quanto a volte stucchevole e manierata di Zeffirelli, la sua Cio-Cio-San, così essenziale al primo atto e progressivamente sempre più intensa e tragica verso il finale, è apparsa personalissima e moderna nel rifuggire tutte le zuccherosità pseudogiapponesi di tradizione con una presenza scenica asciutta, quasi immobile e focalizzata solo su alcuni gesti decisivi, oltre che di suggestiva fisicità. Finalmente si è vista una donna e non la parodia di una geisha, una protagonista realisticamente femminile e non una primadonna autoreferenziale, come, sul piano vocale, una cantante in grado di sostenere una parte così insidiosa senza mai una forzatura, con una morbidezza e una franchezza nel registro acuto (sino al re bemolle dell’entrata in scena) sbalorditive. E in aggiunta una dizione italiana perfetta e un senso del fraseggio naturale quanto espressivo, tali da restituire spontaneamente quel “canto di conversazione” tanto ricercato da Puccini in quest’opera. Era inevitabile che con una protagonista così gli altri vivessero di luce riflessa, come il Pinkerton corretto ma non al suo meglio di Piero Pretti, il sensibile e nobile Sharpless di Gevorg Hakobyan, la valida Suzuki di Sofia Koberidze, sotto la direzione intima, languidissima e giustamente decadente di un Daniel Oren particolarmente ispirato.

Il finale col botto era riservato però all’ultima recita, in cui la star più celebre del momento, Anna Netrebko, dava l’addio a uno dei suoi cavalli di battaglia come il ruolo di Violetta in Traviata. Arrivata a una maturità vocale tutta proiettata a ruoli di grande impegno drammatico, il soprano russo non poteva non lasciarsi alle spalle certe opere che richiedono una souplesse vocale di calibro più lirico-leggero, come per l’appunto Traviata, in cui certi momenti costituiscono un vero e proprio scoglio imprescindibile, vedi il celebre “Sempre libera” al finale del primo atto. In un’Arena gremita da autentico sold out, la Netrebko ha mantenuto fede alla sua fama, regalando alcuni momenti memorabili, soprattutto nel canto a mezzavoce delle arie e dei duetti e in certi miracolosi pianissimi, morbidi e pastosi quanto in grado di galleggiare nelle vastità areniane con incredibile intensità. Sarebbero bastati la cadenza di “Ah, fors’é lui”, culminante in un do acuto leggero come una piuma, o gli infiniti acuti in piano dell’ultimo atto, toccanti ed eterei, per siglare questa come un’esecuzione da autentica fuoriclasse. Ma anche certi fraseggi, così veri e sinceri, delineavano un personaggio molto personale, riscattando certa imponenza vocale – soprattutto nel robusto registro grave e in alcuni scoppi di voce fin troppo potenti, che potevano far pensare di primo acchito ad una Violetta virago – a favore invece di un’interpretazione appassionata e umanissima. Trionfo scontato per la Diva, che ha coinvolto nel successo l’Alfredo pregevole ed elegante di Freddie De Tommaso – tenore ugualmente votato a un repertorio più spinto -, il Germont di un Luca Salsi più contenuto e intimista del solito e la coppia di étoiles scaligere Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko, protagonisti delle danze fastose del terzo atto, insieme a Marco Armiliato, direttore sempre più irrinunciabile per affidabilità e professionalità per un teatro atipico come l’Arena.

Chiusura quindi in bellezza per una stagione fortunatissima per presenze e pubblico, che la consapevolezza artistica di Cecilia Gasdia ha portato in fondo alla grande, anticipando già per i prossimi anni un livello ugualmente internazionale per il festival italiano più antico e famoso nel mondo.

 

Visti il 23 e 26 agosto, 2 e 9 settembre