La Belle Époque dell’Arena di Verona

Una Traviata all’insegna della Parigi mondana di fine secolo ha inaugurato la stagione d’opera all’Arena di Verona, al solito ricca di appuntamenti e star internazionali. Davide Annachini

La novità dell’Arena di Verona Opera Festival 2026 è stata la produzione della Traviata di Verdi, che il regista Paul Curran – già collaboratore di Baz Luhrmann per il film Moulin Rouge – ha voluto trasferire nella Parigi della Belle Époque e nell’atmosfera trasgressiva di Montmartre di fine Ottocento. Se la trasposizione poteva avere un suo perché grazie al fatto di creare intorno al dramma privato di Violetta una cornice ancor più fantasmagorica ed esplosiva – cosa non secondaria per un palcoscenico dalle pretese di spettacolarità come quello dell’Arena – le citazioni sono andate ben al di là di Toulouse-Lautrec, spaziando sino agli anni Venti e anche oltre con le stellari bluebell in stile Erté e con le piccanti ragazze da burlesque immerse nelle coppe di champagne, forse più vicine a noi quali simboli di un erotismo da Folies Bergère o da Crazy Horse. Nel desiderio di dar fuoco alle polveri di una teatralità di grande impatto visivo, Curran è apparso però meno incisivo nella definizione dei singoli personaggi, a partire proprio dalla protagonista, che in questo contesto bohèmien faticava a trovare una sua precisa identità sociale, se non per il fatto di proporsi all’inizio dell’opera come una famosa vedette da music-hall. Così pure in tanto sfolgorio di immagini rischiavano di sfuggire la finezza di alcuni costumi di Stefano Ciammitti o la cifra esatta delle scenografie di Juan Guillermo Nova (luci di Fabio Barettin, coreografie di Kyle Lang), devastate da una tromba d’aria proprio alla prova generale e riallestite in tempi record con assoluta professionalità, che ancor più nelle repliche hanno trovato modo di farsi apprezzare per la qualità dell’insieme.

Anche l’esecuzione musicale alla prima ha carburato con cautela, in certe comprensibili lentezze che sembravano finalizzate a tenere la situazione sotto controllo e che difatti hanno lasciato poi spazio a tempi più serrati e vitali nella conduzione di Michele Spotti, giovanissimo direttore sempre più bravo e convincente di anno in anno. La stessa Martina Russomanno, debuttante in Arena in una parte di così grande responsabilità, ha affrontato il primo atto senza venire troppo allo scoperto, prendendo poi il volo progressivamente, con un secondo atto cantato benissimo e soprattutto con un terzo veramente da ricordare, in cui il giovane soprano ha dimostrato di essere interprete personale e toccante, oltre che maestra nel gioco espressivo dei piani e dei pianissimi. La sua Violetta, credibile anche sotto il profilo scenico, trovava man forte nell’inedito Alfredo di Yusif Eyvazov, tenore forse non timbricamente seducente ma in grado di dare punti a tutti gli altri quanto a tecnica, e nel Germont di Amartuvshin Enkhbat, ineguagliabile nel canto nobile e sfumato tipico della scuola baritonale di altri tempi. Segnalati il Gastone di Carlo Bosi e l’Annina di Francesca Maionchi, il resto del cast elencava la Flora di Anna Werle, il Marchese di Gezim Myshketa, il Dottore di Mariano Buccino, il Barone di Nicolò Ceriani e il domestico/commissionario di Carlo Bombieri. Di livello le prestazioni dell’orchestra e del coro areniani, quest’ultimo preparato da Roberto Gabbiani.

Già nelle immediate repliche lo spettacolo ha rodato perfettamente, trovando nel secondo dei tanti cast in cartellone un’omogeneità ancora superiore, grazie alla Violetta di Gilda Fiume, soprano di purissima vocalità e di toccante sensibilità espressiva, in progressione di atto in atto, all’Alfredo davvero impagabile di Galeano Salas, tenore lirico elegantissimo e svettante, e soprattutto all’emergente baritono rumeno Mihai Damian, un Germont di timbro suggestivo, dizione impeccabile e stile di scuola italiana.

In Nabucco, a sua volta diretto da un infiammato e trascinante Michele Spotti, Amartuvshin Enkhbat ha di nuovo fatto la parte del leone, con quella qualità nei cantabili e quella nobiltà nel fraseggio da autentico baritono verdiano, circondato dallo Zaccaria morbido e intenso di Roberto Tagliavini, dall’ottima Fenena di Annalisa Stroppa, dall’Ismaele raggiante di Galeano Salas. dall’Anna di Elisabetta Zizzo. In Abigaille si è confermata soprano da battaglia Maria José Siri, generosa nello slancio, granitica sugli acuti (compreso un fulminante re a chiusura del primo atto), indistruttibile nel passare a Nabucco dopo un solo giorno dalla prima di Aida. Qui si sono fatti valere i suoi pianissimi e il lirismo dell’interpretazione, a fianco del superbo Radames di Yusif Eyvazov, capace di smorzare i diversi si bemolle della parte come richiesto da Verdi e come solo alcuni grandi del passato sono riusciti a fare. Completavano il cast di questa Aida, diretta con consumata esperienza da un habitué areniano come Daniel Oren, l’Amneris generosa di Alisa Kolosova, l’autorevole Amonasro di Youngjun Park, il valido Ramfis di Simon Lim, il Re di Abramo Rosalen, il messaggero di Riccardo Rados, la sacerdotessa di Francesca Maionchi. In entrambi i casi gli spettacoli riprendevano gli allestimenti di Stefano Poda, astratti, siderali, cristallizzati, di sfolgorante impatto visivo.

Anche per La Bohème si trattava di una ripresa, quella dello spettacolo tradizionale ma nel complesso risolutivo a firma di Alfonso Signorini (scene di Juan Guillermo Nova, luci di Paolo Panizza), in cui protagonista è stato ancora una volta Yusif Eyvazov, un Rodolfo capace di supplire a certe ruvidezze timbriche con un canto di grande espansione e rispetto delle tonalità del primo atto (il do della “Gelida manina” ha brillato per squillo e sicurezza) a fianco della Mimì intensamente lirica e vocalmente pastosa di Eleonora Buratto. Di nuovo Mihai Damian si è confermato baritono di ottimo canto e fraseggio incisivo come Marcello, affiancato nei ruoli principali dal pregevole Schaunard di Jan Antem, dall’austero Colline di Alexander Roslavets, dalla Musetta suadente di Francesca Pia Vitale. Al suo debutto in Arena, Francesco Lanzillotta ha diretto con braccio sicuro e leggero, tenendo l’insieme con grande attenzione e siglando una Bohème appassionata e poetica, di grande comunicativa sul pubblico.

 

Visto all’Arena di Verona Opera Festival, dal 12 giugno al 3 luglio

(Ennevi Foto)

 

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