Grande primadonna del festeggiatissimo Nabucco scaligero diretto da Chailly, Anna Netrebko si è congedata dal pubblico milanese in un’edizione dalle non poche sorprese. Davide Annachini
Il Nabucodonosor andato in scena al Teatro alla Scala di Milano era una nuova produzione che di sicuro sarebbe potuta figurare anche come inaugurazione di Sant’Ambrogio, grazie ad un’esecuzione dalle presenze internazionali e ad una messinscena di indubbio impatto visivo.
E’ stata un’edizione siglata innanzi tutto dalla direzione di Riccardo Chailly, che in forma particolarmente brillante ha dato vita a un Nabucco solidamente fondato sulla qualità dei complessi scaligeri, con un’orchestra smagliante e un coro (preparato da Alberto Malazzi) grande protagonista. E lo è stata anche per la nota curiosità del Maestro di recuperare frammenti originali delle partiture rimasti sepolti nell’oblio, come nel caso specifico le danze scritte da Verdi – con poca convinzione e molto mestiere – per l’edizione francese del 1848 a Bruxelles. Un divertissement di gusto già pompier che andava a soddisfare le aspettative del pubblico d’Oltralpe, nel conferire a Nabucco l’allure del Grand-Opéra, ma che sicuramente non doveva rendere orgoglioso il Verdi degli anni di galera, sceso a compromessi con la sua etica risorgimentale nella speranza che il peccato sarebbe rimasto circoscritto a quell’occasione.
Detto questo, Chailly è riuscito a rendere convincente anche questa rarità, all’interno di una lettura sempre attenta, coerente e appassionata, entro la quale gli stessi interpreti hanno trovato il clima per esprimersi al meglio. Su tutti si è imposta l’Abigaille di Anna Netrebko, com’era prevedibile se non fosse stata invece una serata per lei non ottimale, con qualche evidente affaticamento del registro acuto rispetto al suo standard abituale. Per assurdo, però, il soprano russo ha cantato ancora meglio del solito, facendo leva sulla tecnica più che sulla voce. Di conseguenza si sono ascoltati suoni più raccolti e meno pompati nei gravi, acuti – do compresi – affrontati in piano, mezzevoci meravigliose, tali da riempire l’intera sala del Piermarini con la semplice forza d’espansione. Rispetto all’Abigaille virago di un anno fa all’Arena di Verona questa ha contrapposto per necessità un versante intimista di indubbia emozione, in cui anche la celebre cabaletta cantata in piano sembrava esprimere l’ebbrezza del potere in un pensiero più interiore che gridato, davvero inedito e calzante. E sul piano scenico la Netrebko è stata la leonessa di sempre o, per meglio dire, una pantera, ferina nella protervia, felpata negli abbandoni, ferita nella sconfitta, che in questa regia la vedeva estinguersi – in un canto dai suoni struggenti – per autocombustione. Peccato che, dopo tanti anni di presenza nel teatro più famoso al mondo, questo abbia costituito un momentaneo addio della cantante, visto che per la prossima stagione la Scala sembra aver escluso insieme a lei quasi tutte le star internazionali, dalla Rebeka alla Grigorian, dalla Oropesa alla Sierra, da Tézier a Enkhbat, a favore di una scuderia dal sapore più autarchico.
Rispetto al cast originale, subentravano in questa recita altri interpreti, con risultati alterni. Il baritono greco Dimitri Platanias ha mostrato una vocalità robusta, che un’emissione più timbrata potrebbe rendere decisamente più a fuoco e che a fianco di momenti felici – come il buon legato nei cantabili – ha svelato certe perplessità nel registro acuto, dove una vistosa defaillance nella cabaletta ha sollevato le proteste del loggione, senza compromettere comunque l’esito complessivamente dignitoso del suo Nabucco. In una parte monumentale come quella di Zaccaria il basso coreano Simon Lim si è disimpegnato con professionalità ma senza destare grandi emozioni né vocali né interpretative, tanto da passare pressoché inosservato dopo la sua terribile aria d’entrata, banco di prova da far tremare i polsi a chiunque. Come Fenena, in versione di “cantatrice calva”, Veronica Simeoni ha evidenziato un registro medio-grave fortemente appannato, facendo valere in compenso quello acuto nell’aria e un’ottima presenza scenica, mentre Francesco Meli nella parte forse più defilata scritta da Verdi per tenore è stato un Ismaele credibile, nel tenere la voce sotto controllo senza pressione e nel poter contare ancora sulla bellezza del registro centrale. Completavano il cast il Gran Sacerdote di Yongheng Dong, l’Abdallo di Haiyang Guo e l’Anna di Laura Lolita Peresivana.
La regia a firma di Alessandro Talevi si imponeva per il respiro teatrale, più giocato sugli effetti che sulla monumentalità dell’allestimento (scene e costumi molto belli di Gary McCann, luci suggestive e video di Marco Giusti), senza snaturare il libretto ma senza nemmeno banalizzarlo, con particolare attenzione a una spettacolarità misurata su apparizioni stilizzate – come la biga di Nabucco trainata da cavalli metallici – e su atmosfere oniriche, intonate a restituire la mente sconvolta del re babilonese. Per le danze ritrovate del terzo atto l’idea è stata quella di ricreare un teatrino da cinema muto, in cui la stessa Netrebko si improvvisava attrice danzante nei panni di Semiramide (coreografie di Danilo Rubeca, movimenti acrobatici di Ran Arthur Braun) per il sollazzo della corte di Abigaille, novella regina, in un’atmosfera narcisistica altalenante tra Norma Desmond e Florence Foster Jenkins.
Grandi applausi per tutti alla fine, con punte di entusiasmo per Chailly e per i complessi scaligeri e ovazioni per la Netrebko, quanto mai primadonna come in questa occasione.
Visto al Teatro alla Scala di Milano, il 31 maggio.
Foto Brescia e Amisano/Teatro alla Scala
















