Netrebko e Kaufmann per un finale stellare all’Arena di Verona

Le due star internazionali, protagoniste in recite diverse di Aida, hanno siglato la chiusura di una stagione record per il festival veronese. Davide Annachini

Il colpo d’ala della Fondazione Arena di Verona – a conclusione di una stagione lirica quanto mai fortunata quanto a presenze e consensi di pubblico – non poteva essere che in Aida, da sempre titolo identificativo del più famoso festival internazionale all’aperto. Se quindi non era tanto l’opera di Verdi a costituire la sorpresa né il pluricollaudato allestimento di Franco Zeffirelli, tuttora insuperato nel rispondere alle attese di una monumentalità scenica tipicamente areniana, sono state le presenze eccezionali di Anna Netrebko e di Jonas Kaufmann a brillare, quali applauditissimi protagonisti in serate diverse dello stesso spettacolo.

Per quanto ospiti abituali del festival veronese, sia il soprano che il tenore rientravano da un lungo periodo di pausa e per due recite da considerarsi esclusive per l’Italia, insieme a quella napoletana che in quei giorni li vedeva riuniti (ma in forma di concerto) sempre in Aida. Quindi l’attenzione era tutta per loro, non solo per il fatto di riascoltarli in due ruoli già affrontati in Arena ma anche per ritrovarne le qualità vocali e artistiche che ne fanno tuttora le star del momento.

Per la Netrebko si trattava di tornare a cantare dopo due mesi di riposo e lo si è avvertito da un’iniziale difficoltà a carburare soprattutto nei fiati, in particolare nel “Ritorna vincitor”, risolto comunque con la grinta e la generosità di sempre. Il colore, la pastosità, il velluto di questa voce, di ampiezza e suggestione uniche ai nostri giorni, hanno trovato modo progressivamente di imporsi nell’atto del Nilo e nel finale, dove la capacità del soprano russo di creare una magia sospesa e incantata nelle vastità areniane ha centrato ancora una volta il segno. I suoi “Cieli azzurri”, con quella salita al do in pianissimo davvero stupefacente, come il suo “O terra addio”, già in odore di aldilà, sono stati i momenti celestiali di una cantante e di un’interprete tuttora senza confronti. Ma la Netrebko non giocava da sola: la sua Aida, appassionata e dolente, ha trovato nuovamente nel Radames di Yusif Eyvazov un partner ideale, non solo eroico ma anche lirico, in grado di squillare come di smorzare sui si bemolli acuti con una facilità non usuale per un tenore e di assecondarla quindi in uno stupendo finale “in morendo” come voluto da Verdi. Di seguito Clémentine Margaine è stata un’Amneris impetuosa e vibrantissima, al di là di qualche slittamento d’intonazione, Ludovic Tézier un Amonasro da manuale, una volta tanto nobile e incisivo rispetto al solito cliché altisonante e plateale, Gianluca Buratto un Ramfis di voce sontuosa, ampia, fluente e di suggestiva densità timbrica, Mariano Buccino un Re maestoso, Carlo Bosi un Messaggero spiccatissimo nel suono e nella dizione, Francesca Maionchi una Sacerdotessa di prima qualità.

Nel caso di Kaufmann si trattava di un ritorno in Arena nello stesso ruolo in cui si era presentato quattro anni fa, ma in un momento della sua carriera sensibilmente ridotto nelle performance operistiche rispetto a prima. Se l’occasione poteva presentarsi quindi d’eccezione ma al tempo stesso di verifica, di fatto si è rivelata una sorpresa nel trovare il tenore tedesco in forma tuttora autorevole. Nonostante il timbro abbia riconfermato qualche appannamento come anche la penetrazione vocale certa debolezza nei pezzi d’insieme, Kaufmann ha mostrato grande abilità tecnica nel gestire i fiati nelle lunghe frasi di “Celeste Aida” e nel risolvere con una splendida “messa di voce” il si bemolle acuto conclusivo, come di far valere un’intelligenza d’interprete sempre sensibile e personale. Il suo Radames è quindi tornato vincitore nella cavea areniana per la qualità indiscutibile dell’artista di classe, in grado di non rinunciare a certe finezze a dispetto della vastità del luogo. Gli facevano da contorno i collaudati protagonisti di questa stagione, dalla solida e lunare Aida di Maria José Siri al potente Amonasro di Youngjun Park, dal solenne Ramfis di Alexander Vinogradov al Re statuario di Simon Lim, con l’eccezione dell’inedita Amneris di Irene Savignano, dalla voce penetrante e dal temperamento coinvolgente, e della coppia di étoiles scaligere Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko, presenze di lusso nei ballabili della scena del trionfo.

In entrambe le recite la direzione – come già precedentemente segnalato – di Francesco Ommassini si è distinta per la sensibilità con cui ha privilegiato il versante intimista dell’opera, senza nulla togliere a quello grandioso, supportato dall’ottima prestazione dell’orchestra e del coro areniani, quest’ultimo alla guida di un maestro autorevole quale Roberto Gabbiani.

Una chiusura davvero trionfale per una stagione arrivata a coprire ben tre mesi di attività, con un record di incassi e di pubblico giovanile, a conferma della competenza teatrale di Cecilia Gasdia, sovrintendente illuminata nell’aver riportato con il suo team l’Arena di Verona ai gloriosi fasti dei tempi d’oro.

 

Visto il 30 agosto e il 10 settembre

Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

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