Agosto di successi e di pubblico in Arena, nel nome di Verdi e Puccini

L’Arena di Verona ha dato vita alla seconda metà del festival, ricco al solito di voci stellari e allestimenti fastosi, nel ricordo di Franco Zeffirelli. Davide Annachini

Il mese di Agosto ha visto ritornare all’Arena di Verona Opera Festival due storici allestimenti firmati da Franco Zeffirelli, Aida e Turandot, quest’ultima in occasione del centenario dell’opera-testamento di Puccini. Quindi, se la prima metà del festival era stata dedicata agli spettacoli alternativi di Poda e Curran, la seconda è proseguita all’insegna della grande tradizione, che all’Arena raccoglie sempre i maggiori consensi di pubblico e presenze.

In Aida, diretta con sensibilità intimista da Francesco Ommassini, meritevole di aver restituito la sigla più suggestiva a un’opera solitamente intesa come l’emblema della grandeur trionfalistica, si è segnalata Aleksandra Kurzak quale protagonista suggestiva soprattutto nei momenti lunari della parte, forse meno indicata per lei in quelli drammatici, per quanto risolti con abilità e convinzione. Al suo fianco il tenore coreano SeokJong Baek è stato un Radames dalla voce rocciosa ma capace di inaspettate morbidezze nel finale, Clémentine Margaine un’Amneris autorevole e vibrante per ampiezza vocale e temperamento, il baritono Youngjun Park un solido Amonasro e Alexander Vinogradov un Ramfis solenne.

Lo spettacolo di Zeffirelli, incentrato su una monumentale piramide girevole ha portato con onore i suoi trent’anni fatti di oro e smalti, come la sua Turandot ha riconfermato tutta la magia di una Pechino da fiaba, filigranata e splendente. Qui si si sono alternate la granitica principessa di Anna Pirozzi, specialista del ruolo, e quella dalle asprezze wagneriane di Lise Lindström, insieme al Calaf esplosivo di Baek, che a sua volta ha fatto esplodere il pubblico, e a quello eroico ma anche sentimentale di Yusif Eyvazov, sicuramente il tenore più agguerrito tecnicamente tra tutti quelli ascoltati. Il personaggio di Liù poteva contare su una rosa di cantanti di lusso, quali Mariangela Sicilia, dai meravigliosi pianissimi, Lisette Oropesa, interprete di grande classe e sensibilità al suo debutto nel ruolo, e Maria Agresta nelle ultime recite di settembre. I Timur di Michele Pertusi e Alexander Vinogradov, insieme all’agguerrito terzetto delle Maschere costituito dai bravi Gezim Myshketa, Matteo Macchioni e Saverio Fiore, siglavano un cast alla guida di Andrea Battistoni (ripreso ottimamente da Francesco Ivan Ciampa), quanto mai autorevole nel restituire il giusto respiro drammaturgico e poetico alla partitura pucciniana, in cui l’orchestra e il coro – preparato da par suo da Roberto Gabbiani – hanno fatto la parte del leone, con un impatto di grandissimo risalto teatrale.

Nelle repliche di Traviata le sorprese non sono mancate a partire dallo stesso Michele Spotti, che a seconda dei cambiamenti di cast ha saputo plasmare una direzione sempre duttile, ispirata, musicalissima. Di questo ne hanno giovato in particolare le protagoniste, come nel caso di Vasilisa Berzhanskaya, che nell’ambiziosa virata verso i ruoli sopranili ha dimostrato al suo debutto di essere una Violetta emozionante e personale soprattutto nei due ultimi atti, grazie a un gioco raffinatissimo di colori e accenti, mentre nel primo la sua esperienza di belcantista ha fatto fronte alle agilità del “Sempre libera” ma d’altro lato ha subito lo scotto di stimbrare il colore così suggestivo della voce per dominare una tessitura troppo ardua per la sua natura di mezzosoprano acuto. Sicuramente più compatta e definita nel ruolo è stata Rosa Feola, una Traviata dall’impasto rotondo e luminoso, oltre che dal lirismo toccante e umanissimo. Sul versante maschile se il ruolo di Germont poteva contare su due fuoriclasse come Ludovic Tézier, quanto mai nobile ed elegante in questa parte (ma anche come superbo Nabucco), e Luca Salsi, generoso nel canto e nell’effetto, oltre che sul solido Youngjun Park, quello di Alfredo ha mostrato luci ombre con l’alternarsi del solare e impeccabile René Barbera, del discontinuo e talvolta in difficoltà (vedi la cabaletta) Antonio Poli, dell’interessante – ma da verificare nello stile – Adam Smith.

Grandissimo il successo di pubblico, con punte altissime di presenze da tutto il mondo.

 

Visto all’Arena di Verona, agosto 2026

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