Assassina

Enzo Vetrano e Stefano Randisi firmano un allestimento bello, misterioso e inquietante del testo scritto da Franco Scaldati in un fantasioso dialetto palermitano, che racconta forse l’incontro fatale tra due ombre – Renato Palazzi

Che spettacolo sorprendentemente bello, misterioso, inquietante hanno ricavato Enzo Vetrano e Stefano Randisi da Assassina di Franco Scaldati, l’autore, scomparso quattro anni fa, con cui i due attori-registi avvertono evidentemente particolari consonanze. Il testo, scritto nell’84 in un dialetto palermitano modellato su una stralunata quotidianità, denso insieme di dettagli concreti e di lampi surreali, è tagliente come un rasoio, pieno di echi spettrali e oscure suggestioni. Vetrano e Randisi tratteggiano con trascinante minuzia di sfumature gestuali e verbali due figurette sospese tra sogno e realtà, tra essere e non essere. E i fratelli Mancuso, dal dipinto in carne e ossa in cui campeggiano come bizzarri “genitori”, aggiungono alla vicenda gli incanti di quei loro strumenti provenienti da altre epoche e altre culture, di quelle loro voci dalle sonorità arcaiche, usate anch’esse come raffinatissimi strumenti.

L’azione è caratterizzata da un clima febbrile, notturno che viene evocato a partire dall’ambiente stesso in cui si svolge, una casa che non è una casa ma un ex-bagno pubblico, coi muri piastrellati di azzurro e la vasca al posto del letto. Qui, fra madonne di gesso e radio che suonano da sole, si aggirano invadenti animaletti, la gallina Santina con la sua stia, il topo Beniamino, mentre su tutto incombe il ritratto dall’alto del quale “il padre” e “la madre”, in costume rinascimentale, eseguono i loro canti in uno stretto siciliano, e poco importa che lei, come lui, abbia la barba. Tutto il luogo, d’altronde, è delimitato da incerti confini, l’interno e l’esterno si mescolano e si sovrappongono, un prato erboso circonda il pavimento, e fra il quadro e la vita “vera” anche i piani temporali paiono confondersi e perdere ogni precisa connotazione.

In questo luogo dalla fisionomia indefinita sembra abitare un personaggio dall’identità altrettanto labile, una “vecchina” – come viene indicata dal copione – che non appare però pienamente convinta di questa sua condizione, e che d’altronde viene interpretata, con tocchi amenamente graffianti, ma mai del tutto caricaturali, dal bravissimo Vetrano. Quando però costei, dopo avere esibito uno straordinario campionario di deliri maniacali e comportamenti ossessivi in preparazione del sonno, si sdraia nella vasca che le fa da giaciglio, ecco comparire uno stravagante “omino” che mostra di abitare nella stessa casa, pur ignorando evidentemente l’esistenza dell’altra inquilina, e che dopo essersi a sua volta preparato al riposo va a dormire nella stessa vasca, provocando un incontro ravvicinato che spiazza entrambi suscitando una concitata reazione di indignazione e di paura.

Chi sono quelle due entità che condividono la stessa abitazione, che hanno rapporti di famigliarità con gli stessi animali, che a quanto pare potrebbero avere anche un babbo e una mamma in comune, ma che palesemente non si conoscono tra loro? Un vivente e un defunto – ma come distinguere questo da quello – che hanno abitato la casa in epoche diverse, all’insaputa l’uno dell’altro? Due fantasmi? Due volti opposti di uno stesso individuo, la sua anima maschile che si ricongiunge a quella femminile? Oppure, come molti aspetti inducono a credere, potrebbero essere l’uno l’ombra dell’altro, il “doppio” oscuro, l’enigmatico e un po’ sinistro prolungamento immateriale delle rispettive presenze fisiche? Scaldati, ingegnosamente, lasciava questi interrogativi senza risposta, si limitava a seminare dubbi e indizi ingannevoli sulla questione.

Ciò che stava a cuore all’autore siciliano era il fatto che questo trovarsi faccia a faccia con se stessi, con quello che comunque è un proprio ignoto e sfuggente alter ego, è il presagio o la causa della loro fine. Nessuno può sopravvivere all’inspiegabile confronto con la propria immagine più o meno speculare. Scaldati, nelle varie versioni del testo, attribuiva questa morte a un avvelenamento da parte del topo o ad altri interventi esterni, mentre qui è causata da un semplice contatto fisico tra loro, da un lieve toccarsi a vicenda. Fatale, ai due, è il fulminante cortocircuito tra il corpo e la propria ombra, il proprio lato buio, nascosto. Il finale, d’altronde, non serve a dare compimento a una trama razionalmente costruita per trasmettere un significato univoco, ma solo a chiudere un’astratta geometria metafisica, un’alchimia di miraggi, un irreale giustapporsi di sottili rifrazioni.

E Vetrano e Randisi, al di là dei loro exploit interpretativi personali, di grandissimo effetto – più folle e trasognata la “vecchina” del primo, più asciutto e nervoso l’”omino” del secondo – sono bravissimi nel mantenere intatto questo clima densamente onirico, questo senso di impalpabile smarrimento interiore: la lingua di Scaldati, acremente favolistica, elementare e stratificata al tempo stesso, scandita da assonanze e ripetitività da filastrocca infantile, diversificata a seconda dei personaggi, ma uniformata da una stessa fissità allucinata, li aiuta e li sostiene, ma loro l’affrontano con totale adesione. È una lingua di difficile comprensione, seppure edulcorata dall’intervento dei due registi, ma riesce ad arrivare immediatamente al pubblico per una sua carica di innata musicalità, oltre che per il breve e divertente glossario esposto da Randisi prima dell’inizio. Determinanti, come si diceva, sono anche le scene e i costumi di Mela Dell’Erba, e l’idea di inserire quelle figure incorniciate affidate alle voci e ai suoni dei fratelli Mancuso.

Visto a Milano, all’Elfo Puccini. Repliche il 21 marzo al Teatro Mac Mazzieri di Pavullo nel Frignano, dal 29 marzo al 2 aprile al Teatro Biondo di Palermo

Assassina
di Franco Scaldati
regia: Enzo Vetrano e Stefano Randisi
scene e costumi: Mela Dell’Erba
luci: Max Mugnai
musiche e canti originali composti ed eseguiti in scena dai Fratelli Mancuso
con: Enzo Vetrano, Stefano Randisi, i Fratelli Mancuso