Il misantropo, regia V. Malosti

Il misantropo (ovvero Il nevrotico in amore)


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Un Molière inaspettato quello firmato da Valter Malosti, portato fuori dalla sua epoca, ricco di accidia, furore, incapacità di vivere i sentimenti, spesso inesistenti, di una sessualità esibita e vissuta come affermazione sociale. Bravissima Anna Della Rosa e giustamente inquietante Edoardo RibattoMaria Grazia Gregori


Gira per i palcoscenici italiani uno spettacolo curioso, Il misantropo di Molière. Diciamolo subito, è un Molière inaspettato portato fuori dalla sua epoca, radicato in un presente non banalmente rock, ricco di accidia, di furore, di incapacità di vivere i sentimenti, peraltro spesso inesistenti, di una sessualità esibita e vissuta come affermazione sociale, di un desiderio sfrenato, quasi malato e allo stesso tempo impossibile da realizzare, per una donna che ha scelto di vivere pericolosamente. Insomma in questo Misantropo messo in scena da Valter Malosti (visto al Teatro Carcano di Milano) che ne cura anche la versione italiana e l’adattamento insieme a Fabrizio Sinisi e che interpreta anche il ruolo di Alceste, tutto contribuisce dalle parole, al modo di dirle, ai comportamenti disinibiti alla rappresentazione di una società che definiremmo volgarmente, sinceramente corrotta. Del resto un grande traduttore come Cesare Garboli sosteneva che nella bottega di Molière si potevano respirare odori inaspettati, osservare colori inquietanti, usati per dipingere sentimenti, azioni , che spesso non si potevano nominare ma che, forse, rendevano quella vita avidamente desiderata e vissuta.

Con la sua giacca modaiola dal colore squillante il litigioso, disadattato, inquietante Alceste di Malosti vaga in un palcoscenico-mondo che non gli assomiglia, nel quale non vuole riconoscersi, che profondamente disprezza ma di cui non può fare a meno. Un luogo senza moralità dove vince il più corrotto o il più cretino, nel quale, invece, si muove come se fosse nel suo elemento la donna che lui ama, anzi che desidera con tutto se stesso, Célimène. È lei che vive – si direbbe – per guidare il gioco erotico dei desideri e della proterva ignoranza dove quattro parole messe in fila diventano una poesia senza senso, del tutto inutile. Alceste non accetta tutto questo, ma non se ne può allontanare. Si risveglia alla fine con un gesto di rivolta, seppure un po’ tardivo, quando decide di ritirarsi da quel mondo. Célimène non lo seguirà; altre donne più virtuose come Arsinoé e come Eliante vorrebbero essergli compagne, ma non fino in fondo.

Non è la prima volta che questo testo di Molière viene visto nella sua attualità: è difficile dimenticare, per esempio, il grande Alceste contemporaneo di Franco Parenti con la regia di Andrée Ruth Shammah. I tempi sono cambiati e ci è facile dire che si sono ulteriormente involgariti, resi superficiali, incapaci di dare il giusto senso alle cose del mondo. Se Molière soffriva per i tradimenti della giovane moglie Armande e pubblicamente non lo poteva dire se non su di un palscenico con altri protagonisti e altre parole, il palcoscenico dell’Alcesti di Malosti è un’epopea della volgarità suggerita e detta anzi quasi glorificata.

I personaggi di questo spettacolo agiscono, si muovono , parlano, danzano in modo protervo, esibizionistico, sono quasi un manifesto di un mondo grottescamente simile al nostro e come questo spesso “trash”. Se l’Alceste di Malosti, nevroticamente, conduce ovviamente il gioco, attorno a lui tutta la compagnia agisce in sintonia con questa rilettura. Ho trovato bravissima Anna Della Rosa, bella e algida nel ruolo di Célimène, mai caricaturale ma vera, e giustamente inquietante l’Oronte di Edoardo Ribatto, con una carica di cattiveria mai fine a se stessa. Buona in generale l’interpretazione di tutti gli attori che si muovono per la scena secondo il copione scandito dai movimenti di Alessio Maria Romano: da Sara Bertelà che è un’Arsinoé giustamente virtuosa non sappiamo fino in fondo quanto sincera, a Roberta Lanave che è l’ingenua Eliante innamorata ma senza coraggio di Alceste, da Paolo Giangrasso a Matteo Baiardi e Marcello Spinetta.

Visto al Teatro Carcano di Milano. Foto Tommaso Le Pera

Il misantropo (ovvero Il nevrotico in amore)
versione italiana di Fabrizio Sinisi e Valter Malosti
uno spettacolo di Valter Malosti
Con
Alceste Valter Malosti
Célimène Anna Della Rosa
Arsinoé Sara Bertelà
Oronte Edoardo Ribatto
Eliante Roberta Lanave
Philinte Paolo Giangrasso
Clitandre Matteo Baiardi
Acaste Marcello Spinetta

Luci Francesco Dell’Elba
Costumi Grazia Materia
Scene Gregorio Zurla
Cura del movimento Alessio Maria Romano
Drammaturgia Fabrizio Sinisi
Assistente alla regia Elena Serra
La canzone è di Bruno De Franceschi

Una produzione Teatro Piemonte Europa
Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano
LuganoInScena