Gioconda riabilitata a Verona, sul ricordo della Callas

La Gioconda di Ponchielli torna alla ribalta a Verona, dove in quest’opera spiccò il volo Maria Callas, e rivela tuttora qualità musicali e teatrali inossidate grazie a un’edizione pienamente riuscita, che toccherà i teatri del circuito lombardo. Davide Annachini

La Gioconda di Amilcare Ponchielli, sino a cinquant’anni fa opera di repertorio, è oggi un titolo al limite della rarità e la proposta che ne ha fatto la Fondazione Arena di Verona al Teatro Filarmonico è stata un’occasione da non perdere. Verona ha una sorta di debito morale verso quest’opera, per aver tenuto a battesimo nel 1947 l’esordiente Maria Callas, che per motivi artistici e personali legò parte del suo destino alla città veneta. Opera talvolta ingiustamente bistrattata dalla critica per certo gusto truculento attinto da Victor Hugo ma con tentazioni di sapore grandguignolesco, Gioconda si rivela tuttora un melodramma di solida struttura, che occhieggiando al grand-opéra francese elenca un assortimento completo degli ingredienti fondamentali allo spettacolo d’opera, dalle pagine corali alle danze (celeberrima quella delle ore, preludio per lo stile pompier all’imminente Ballo Excelsior), dalle grandi arie ai concertati, sino agli inesauribili colpi di scena cangianti dal tragico al brillante. Senza contare poi che tutta la gamma dei registri vocali (soprano, mezzosoprano, contralto, tenore, baritono, basso) è presente all’appello e pretende ovviamente un sestetto di cantanti di prim’ordine. Già questo si pone come un problema non indifferente nel programmare un’opera storicamente abituata ad essere monopolio delle ugole d’oro, ma d’altro lato l’artificiosità velleitaria del libretto di Tobia Gorrio (anagramma sotto il quale Arrigo Boito – in pieno furore scapigliato – cercò di mimetizzarsi con un nickname degno di Instagram) rende inguaribilmente datata un’opera che da parte di Ponchielli – prima vittima delle convulsioni linguistiche del librettista – presenta invece una presa teatrale tuttora efficacissima.

Lo ha confermato l’edizione veronese, che senza vantare nomi altisonanti ha mostrato una qualità ed un equilibrio in tutte le componenti tali da assicurare un’ottima riproposta del capolavoro di Ponchielli, rendendo non solo giustizia alla musica ma garantendo anche uno spettacolo di grande godibilità, come ha dimostrato la calorosa risposta del pubblico.

Francesco Ommassini ha dimostrato di credere in maniera convinta a quest’opera, come ha rivelato la sua direzione meticolosa, appassionata e, fatta eccezione per qualche momento di limitata incisività, attentamente sostenuta, con il contributo molto valido dell’orchestra e del coro areniani, quest’ultimo particolarmente partecipe anche all’azione scenica, sotto la guida di Ulisse Trabacchin.

Nel cast è emersa Monica Conesa, giovanissimo soprano cubano-americano di voce un po’ torbida nei centri ma svettante in alto e di grande penetrazione, in grado di dominare la scrittura tutta a sbalzi e tesissima di Gioconda con una franchezza ammirevole e con una presa del ruolo di rara sensibilità espressiva. Bellissima e dal gesto profondamente teatrale, la sua Gioconda sembrava uscita da un quadro di Hayez, nel restituire il fascino sinuoso e nobile dei tipici personaggi del Romanticismo storico ottocentesco. Le ha fatto da contraltare per incisività interpretativa Angelo Veccia, un Barnaba insolitamente aitante e di insinuante perfidia, tali da riabilitare un personaggio talmente noir e sadico da sfiorare solitamente il grottesco. Certe ruvidità vocali sono quindi tornate perfettamente utili a suggerire l’infernale negatività del ruolo, che si è imposto insieme alla Gioconda della Conesa rispetto agli altri protagonisti della compagnia. Angelo Villari è stato un Enzo Grimaldo di solida vocalità, espansa e luminosa anche se talvolta affetta da qualche lieve slittamento d’intonazione, Agnieszka Rehlis ha offerto al personaggio di Laura una vocalità di mezzosoprano calda e generosa, all’interno di un’interpretazione forse non eccessivamente spiccata, il basso Simon Lim ha assicurato all’inesorabile Alvise Badoero una statura di grande autorevolezza vocale e austerità espressiva, Agostina Smimmero ha rinverdito la memoria delle profonde voci di contralto di una volta tratteggiando una Cieca di notevole presa teatrale. Bravi quasi tutti gli interpreti dei ruoli minori (in particolare lo Zuane di Alessandro Abis e l’Isepo di Francesco Pittari), insieme alle tre ballerine destinate a risolvere la Danza delle ore, Evgenija Koskina, Tetiana Svetlicna, Mina Radakovic, sulle coreografie di Valerio Longo.

Lo spettacolo vedeva nella regia di Filippo Tonon (autore insieme a Carla Galleri dei bei costumi, luci di Fiammetta Baldiserri) un esempio di messinscena intelligente, giocata con molto gusto su pochi ma efficacissimi elementi scenici (dello stesso Tonon), su un lavoro accurato sulla recitazione e su un’ottima gestione delle masse, nella restituzione dal felicissimo impatto visivo e presa teatrale di un’opera così variegata, perfettamente sottolineata nei suoi valori musicali e in sintonia totale con l’esecuzione.

Dopo Verona, lo spettacolo toccherà le piazze principali del circuito Teatri di OperaLombardia (Cremona, Como, Pavia, Brescia), insieme al Bellini di Catania e al Teatro Nazionale Sloveno Maribor tutti coproduttori di questa fortunata riproposta.

 

Visto il 28 ottobre al Teatro Filarmonico di Verona