Voci e passione per il ritorno di Ernani alla Fenice

L’Ernani di Verdi è tornato alla Fenice di Venezia, dove l’opera debuttò nel 1844. Un’occasione per risentire uno tra i melodrammi più infiammati degli “anni di galera”, con un cast di ottime voci in un’esecuzione incalzante e vibrantissima. Davide Annachini

La Fenice di Venezia ha messo in scena una nuova produzione di Ernani, prima fra le opere composte da Giuseppe Verdi espressamente per il teatro veneziano, che avrebbe in seguito tenuto a battesimo alcuni dei suoi capolavori, in primis Rigoletto e Traviata. Scelto tra i titoli più scottanti dell’epoca – tale da scatenare nel 1830, in occasione della prima parigina della tragedia di Victor Hugo, la famosa “Bataille d’Hernani” vuoi per gli aspetti estetici di un nascente romanticismo letterario vuoi per quelli politici di un complotto regicida presente nel soggetto, che avrebbe portato alla censura dello spettacolo e al conseguente scoppio delle tre gloriose giornate di Parigi decisive nel destituire il potere assolutista di Carlo X – Ernani resta tra i prodotti più felici dei verdiani “anni di galera”. Un eroe perseguitato dal destino, dai tratti byroniani e dallo slancio appassionato da autentico patriota risorgimentale, in quel 1844 rappresentava un punto di forza per un’opera che per quanto caratterizzata dalla classica sequela di recitativi, arie, cabalette, duetti e concertati, si imponeva come una novità per il clima infiammato e travolgente. Sul piano vocale, ancora più che su quello drammaturgico, Verdi riuscì a scolpire quattro protagonisti sbalzati potentemente, vuoi sul piano lirico-sentimentale vuoi su quello impavidamente passionale. Difficile quindi rimanere indifferenti a tanto prorompente vitalismo e a tanta instancabile forza teatrale, come a una scrittura vocale irta di difficoltà e piena di sentimento, che di conseguenza pretende un quartetto di cantanti all’altezza.

A Venezia era proprio il cast a costituire la maggiore attrattiva, sia per l’adeguata rispondenza vocale sia per il temperamento dei singoli interpreti. Reduce dal successo personale nei Vespri siciliani alla Scala, Piero Pretti ha mostrato come Ernani una vocalità ideale di schietto tenore lirico, di bella espansione timbrica, chiara dizione e sicurezza sugli acuti, in grado di rispondere tanto al versante drammatico quanto a quello sentimentale del personaggio, anche se qualche sfumatura in più non avrebbe guastato per restituire certo canto soave al personaggio, come prescritto da Verdi in più di un momento. Autentica rivelazione Anastasia Bartoli, soprano emergente e di indubbio interesse per la voce di grande penetrazione, lucentezza e slancio acuto, in grado di restituire un’Elvira dal “fiero sangue d’Aragona” grazie a un temperamento e ad una presenza scenica quanto mai incisivi ma capaci anche di alternare momenti di suggestivo intimismo, con mezzevoci trasparenti e agilità rifinite ed espressive. In una parte di grande responsabilità esecutiva come quella del re Carlo, Ernesto Petti ha fatto valere un colore baritonale e una generosità di canto ragguardevoli, anche se da perfezionare in certe emissioni non sempre omogenee nella timbratura, soprattutto nei tentativi di cantare alcune frasi in piano, dove talvolta il suono risultava povero di proiezione e vibrazione. Notevole ancora una volta Michele Pertusi, tuttora uno dei bassi italiani di riferimento, che ha fatto valere come Silva un canto elegante, dolente, autorevolissimo, a dimostrazione di una classe d’interprete nella sua piena maturità. Validi nei ruoli di fianco Rosanna Lo Greco, Cristiano Olivieri, Francesco Milanese, mentre Riccardo Frizza alla guida degli organici della Fenice (maestro del coro Alfonso Caiani) ha impresso a questo Verdi un vitalismo incalzante e vigorosissimo, forse fin troppo nelle accensioni orchestrali, che nella sala fortemente acustica del teatro veneziano risultavano spesso esplosive.

Lo spettacolo a firma di Andrea Bernard guardava a restituire una nitidezza essenziale di immagini, grazie alle scene stilizzate di Alberto Beltrame, ai costumi particolarmente riusciti di Elena Beccaro, alle luci decisive di Marco Alba. Anche senza puntare a letture illuminanti o ancor più stravolgenti, la sua regia ha funzionato nell’accompagnare la musica e soprattutto l’inarrestabile ritmo drammaturgico, che non concede pause di sospensione in quest’opera bruciante e precipitosa di un infiammatissimo primo Verdi.

Successo caloroso e convinto per tutta l’esecuzione.

 

Visto al Teatro La Fenice di Venezia il 19 marzo