Alla Scala un Don Carlo tra luci e ombre ma nel nome di Verdi

Un Don Carlo di solida qualità verdiana quello diretto da Riccardo Chailly a inaugurazione della Scala di Milano. Nel cast tante stelle più o meno luminose e diverse ombre invece nella regia deludente di Lluis Pasqual. Davide Annachini

L’inaugurazione del Teatro alla Scala di Milano resta sempre l’appuntamento più atteso nel mondo dell’opera, anche se la cornice glamour, le reazioni del loggione o – come nel caso di quest’ultimo 7 dicembre – le polemiche a sfondo politico tendono quasi sempre a far passare in seconda linea l’aspetto musicale dell’evento, che trova modo forse solo nelle repliche, ad acque calmate, di essere valutato con la giusta obiettività.

Il Don Carlo di quest’anno sembrava voler giocare sul sicuro, senza puntare a edizioni integrali in cinque atti – magari in lingua francese – quanto alla versione “di Milano”, approntata dallo stesso Verdi nella compattata confezione in quattro atti, più agile e teatralmente incalzante, anche se meno imponente rispetto all’originale grand-opéra scritto per Parigi. Rassicurante era anche il cast, che schierava in toto i nomi collaudatissimi delle più recenti prime di Sant’Ambrogio, come Netrebko, Meli, Salsi e ovviamente Chailly, da sempre garanzia di successo persino per i palati più difficili, anche a costo di una minore sorpresa nel risultato finale.

Riccardo Chailly ha imposto la sua lettura, improntata su una nitidezza di scansione drammaturgica, su un’eleganza negli accompagnamenti, su una timbrica sonora sempre densa e luminosa, che ha siglato un Verdi di sicuro impatto, musicalmente monumentale e a livello espressivo incline a tempi molto meditati, a pause e a colori finalizzati a un’interpretazione solenne più che nervosa, vibrante più che intimamente lacerata. L’orchestra e il coro scaligeri – quest’ultimo preparato da Alberto Malazzi – hanno risposto al loro meglio, con una qualità e una compattezza sonore di prim’ordine, priorità assolute in un’opera come questa rispetto ad altre proprio per l’aspetto espressivo che la forza del suono assume, nel restituire l’idea del potere assolutistico e opprimente nei confronti del popolo quanto dei singoli personaggi.

Se l’idea era dunque quella di un Don Carlo incombente e inesorabile all’insegna dell’Inquisizione spagnola, c’è da dire che d’altro lato anche di dramma di sentimenti, di conflitti interiori, di insanabili rimpianti si parla in quest’opera, come mai in Verdi è dato trovare in misura così profonda. Forse questo è l’aspetto che invece ha faticato ad emergere in buona parte degli interpreti, apparentemente concentrati più sul profilo vocale che espressivo del rispettivo personaggio. La stessa Anna Netrebko – star attualmente senza rischio di eclissi – con Elisabetta è incappata in uno dei suoi ruoli meno convincenti, per il fatto di averne sottolineato la vocalità in senso prevalentemente drammatico e pomposo, con suoni sempre bellissimi ma anche fin troppo enfatizzati nei gravi (francamente di un gusto datato), che alla lunga hanno reso il personaggio oltremodo austero e matronale, privandolo della struggente nostalgia per un destino che non fu in cui fondamentalmente si identifica. Quando invece il soprano russo si è abbandonata a un canto più sfumato e ai suoi celestiali pianissimi, l’interprete ha preso immediatamente il volo, come nel magnifico duetto finale, forse un po’ tardi però. Anche il pubblico sembra averlo avvertito nel tributare un successo sicuramente più convinto ed entusiasta a Elina Garanča, la quale – nonostante il timbro leggermente inaridito – è stata un’Eboli superba, elegante negli arabeschi della “Canzone del velo”, impetuosa nel terzetto e vibrantissima nell’“O don fatale”, con uno slancio vocale, un fraseggio tagliente e un’affascinante presenza scenica davvero magnetizzanti.

Il versante maschile ha brillato meno, pur trovando in Michele Pertusi un interprete a tutti gli effetti, autoritario e al tempo stesso dolente, cinico ma anche umano, come il suo Filippo II ha confermato grazie a una vocalità sempre nobile ed elegante, in grado di individuare in certo appannamento timbrico la chiave di lettura di un monarca senile e intimamente piagato. Del tutto diverso è risultato l’impatto del Rodrigo di Luca Salsi, più cantato con pienezza di voce che cesellato nelle sfumature, più esuberante che aristocratico, nel garantire a una delle parti più difficili e raffinate di Verdi tutto il risalto baritonale ma non esattamente il titolo nobiliare di Marchese. Sul Don Carlo di Francesco Meli pesavano alcuni precedenti preoccupanti, come quello di giusto un anno fa a Firenze, alquanto in difficoltà, o come i recenti Due Foscari veneziani, davvero problematici. A Milano il tenore è sembrato trovarsi in condizioni più salde e riposate, riuscendo a far valere la nitidezza del fraseggio e ancora certe qualità timbriche, anche se l’uso dei falsetti, l’oscillazione nel canto a piena voce e soprattutto l’acuto faticoso (irrisolto in più d’un momento e in particolare nel fatidico si naturale dell’Autodafé) siano ormai un dato di fatto in questa voce, come qualche loggionista non ha mancato di sottolineare con alcuni isolati buu. Per il resto la locandina elencava il Grande Inquisitore/Frate di Jongmin Park, dalla voce monolitica nei centri ma alquanto stimbrata in alto e in basso, l’eccellente Voce dal cielo di Rosalia Cid, il valido Tebaldo di Elisa Verzier, il buon Araldo reale di Jinxu Xiahou e i giovani allievi dell’Accademia scaligera impegnati come Deputati fiamminghi.

Le contestazioni alla prima per lo spettacolo di Lluis Pasqual avevano un loro perché: fatta eccezione per gli impeccabili e come sempre preziosi costumi di Franca Squarciapino, lo spettacolo viveva in una perenne oscurità, senza una chiara impronta registica sulla recitazione dei protagonisti, apparentemente autonomi, e senza letture illuminanti o tantomeno suggestive. Anche il momento spettacolare dell’Autodafé, risolto con un monumentale retablo girevole in cui i reali venivano incastonati al pari di statue viventi, restava una soluzione a effetto incapace di riscattare la debolezza di questa messinscena, a firma anche di Daniel Bianco per le scene, Pasqual Mérat per le luci, Franc Aleu per i video, Nuria Castejon per le coreografie.

Vivo successo comunque alla quinta rappresentazione per l’intera esecuzione.

 

Visto al Teatro alla Scala di Milano il 19 dicembre