Un Nabucco rossonero infiamma il Festival Verdi di Parma

Lo spettacolo minimalista di Pizzi e una stimolante esecuzione musicale siglano a Parma un Nabucco di grande impatto e successo nel nome di Verdi. Davide Annachini

Il 26° Festival Verdi di Parma ha messo in cartellone, insieme ad Alzira e Aida, una nuova produzione di Nabucco – una collaborazione con il Teatro Comunale di Bologna e il Carlo Felice di Genova -, che ha riscosso un vivissimo successo di pubblico, al solito pronto a infiammarsi nel bene e nel male per il grande beniamino di casa. Se poi Nabucco vuol dire soprattutto “Va’ pensiero” – appuntamento che al Regio solleva ancora gli animi come nell’Ottocento, con pretese di bis rigorosamente da assecondare pena la morte – questo fa parte del gioco, che tuttora identifica il primo grande successo di Verdi con quello ancora più grande di un coro rimasto immortale per la capacità di assommare in sé tutto lo spirito di un popolo.

In realtà Nabucco si segnala tra le opere degli “anni di galera” come una delle più riuscite anche sotto il profilo teatrale e della psicologia dei personaggi, di sicuro maggiormente risolti rispetto ad altri lavori che, pur vantando a loro volta alcuni pezzi forti, si perdono poi in una drammaturgia sbrigativa e meno catturante. Su questo aspetto ha lavorato in particolare lo spettacolo di Pier Luigi Pizzi, che nel rigoroso minimalismo dell’allestimento – tutto giocato sui contrasti cromatici del nero-rosso-bianco – ha focalizzato la sua regia sulle interrelazioni dei protagonisti. Lo ha fatto talvolta esasperando il suo amore per la plasticità fisica, con quei soldati statuari e scosciatissimi più intonati a una palestra che a un campo di battaglia, e soprattutto lavorando sul personaggio intrigante di Abigaille, una virago anche lei scosciatissima e dal look sadomaso, imperiosa persino nel molestare sessualmente il recalcitrante Ismaele, vittima di un autentico MeToo al maschile.

Questo Nabucco faceva leva su una componente musicale di tutto rispetto, tenuta nelle fila dalla direzione elegante e vitale di Francesco Lanzillotta, protagonista autorevole di un’esecuzione ben sostenuta dall’Orchestra del Comunale di Bologna e dal Coro del Regio di Parma, preparato a puntino da Martino Faggiani. Nel cast si è imposto il Nabucco di Ariunbaatar Ganbaatar, baritono della Mongolia sorprendentemente ispirato allo stile dell’antica scuola italiana, per il canto ampio e timbrato, la nobiltà della linea vocale, la capacità di alternare vigore e intimismo. Un’altra prova, dopo le precedenti rivelazioni parmigiane, che ha confermato Ganbaatar come un interprete verdiano di indubbia qualità, su cui già contare da subito ai primi livelli. Lidia Fridman era Abigaille, ruolo che in questa regia le è stato cucito addosso da Pizzi come a una mannequin, grazie alla fisicità longilinea e sottile del soprano russo, ideale per restituire un personaggio dalla femminilità felina e seducente. Come cantante la Fridman ha saputo gestire una parte così temeraria con indubbia sicurezza e sensibilità, compensando le spigolosità di una voce non esente da discontinuità timbriche e durezze con una resa interpretativa sempre vivida e incisiva, di grande presa sul pubblico. Pubblico che non ha mancato di festeggiare anche lo Zaccaria di Michele Pertusi, non solo perché giocava in casa ma soprattutto perché dopo tanti anni di onorata carriera il suo resta il caso di un basso tuttora esemplare, per eleganza, espressività e tenuta vocale, in grado di spaziare su una parte terribile per estensione e imponenza con autorevolezza ammirevole. A seguire, Laura Verrecchia è stata una Fenena ben scolpita nel canto e sulla scena, Andrés Moreno Garcìa un Ismaele appassionato e vibrante, insieme al Gran Sacerdote di Adriano Gramigni, all’Abdallo di Simone Fenotti, all’Anna di Maria Cristina Bellantuono, tutti applauditissimi alla fine da un pubblico pienamente appagato nel nome di Verdi.

Visto l’11 ottobre al Teatro Regio di Parma

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