Stravinskij e Menotti, accoppiata vincente a Verona

Dittico raffinato e applauditissimo, con le desuete Jeu de cartes e Amelia al ballo, centra il segno al Filarmonico di Verona. Davide Annachini

Ormai in dirittura d’arrivo, la stagione autunnale della Fondazione Arena di Verona – che per il 2027 annuncia tra l’altro il recupero di un’opera monumentale e dimenticata come il Cristoforo Colombo di Alberto Franchetti – ha presentato al Teatro Filarmonico un dittico imperdibile quanto a rarità musicale e felicissima realizzazione teatrale.

Il balletto Jeu de cartes di Igor Stravinskij e l’operina Amelia al ballo di Giancarlo Menotti, per quanto apparentemente distanti per genere e stile, trovavano un ideale collegamento nel 1937, anno del loro debutto sulle scene rispettivamente di New York e Filadelfia. Appartenente al periodo neoclassico del compositore russo, Jeu de cartes nacque dalla fondamentale collaborazione tra Stravinskij e Balanchine, che per l’American Ballet avrebbe confezionato un piccolo gioiello di equilibri e simmetrie coreografiche (qui rievocate con linguaggio ispirato a quello stile da Matteo Levaggi) su un tessuto musicale raffinatissimo dalla classicità rivisitata non senza un tocco di ironia, come negli spunti attinti da Ravel o Rossini. Composizione breve e ricercata, Jeu si proponeva al pubblico del Met come prodotto esclusivo per il pubblico colto di una New York anni Trenta, tanto quanto Amelia al ballo (tradotta per la prima in Amelia Goes to the Ball) puntava alla società mondana statunitense – non ancora toccata dalla guerra – con la frivolezza di un atto unico, siglato dalla leggerezza e dall’ironia che in quegli anni potevano caratterizzare il Lubitsch dell’ineffabile Vedova allegra cinematografica, con Jeanette MacDonald e Maurice Chevalier.

La parodia di una donna dell’alta società, così smaniosa di andare al primo ballo di stagione da posporre persino l’imbarazzante situazione dell’amante scoperto dal marito al suo irrinunciabile scopo mondano – tanto da trovare nel capo di polizia, accorso in seguito allo scontro tra i due rivali, il sospirato accompagnatore – non si presentava solo come il soggetto gustoso di una pièce che faceva il verso al melodramma ma anche come lo specchio di una società superficiale e decadente, descritta senza pretese di denuncia.

E’ ovvio che la messinscena di due momenti teatrali così diversi e sintetici dovesse risultare decisiva e qui lo è stata, grazie alla regia, alle scene e ai costumi di Filippo Tonon (luci di Fiammetta Baldiserri), davvero impagabili per gusto nel Jeu – dalle grandi carte da gioco incentrate sul rosso-bianco-nero – e per gli irresistibili tempi comici dell’Amelia, ambientata in un grattacielo Déco della New York anni Trenta.

In parallelo l’esecuzione musicale non è stata da meno, grazie alla direzione accurata ed elegante di Francesco Ommassini e a un cast spumeggiante, in cui si segnalavano l’Amelia vaporosa e pungente di Eleonora Bellocci, il Marito travolgente per voce e comunicativa di Gezim Myshketa, il dinamico Amante di Leonardo Cortellazzi, insieme all’ottima Amica di Ana Victoria Pitts e al brillante Commissario di Nicolò Donini. Bravissimi Orchestra e Coro (maestro Roberto Gabbiani) della Fondazione Arena di Verona, che hanno segnato una produzione applaudita con calorosa convinzione dal pubblico.

 

Visto al Teatro Filarmonico di Verona, 1 novembre

EnneviFoto – Fondazione Arena di Verona

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